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Alpi, turismo, economia: quei

motori in quota fanno male

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Non è soltanto la questione sicurezza e tutela della vita umana a riproporre pesantemente, in questo avvio di stagione turistica, il tema delicato e urgente del traffico a motore, a cominciare dalle moto, sui passi alpini e in altri luoghi particolarmente sensibili.

Personalmente avverto una evidente incompatibilità fra il frastuono motociclistico e la quiete pittoresca delle alte quote, percorse da pascoli e animali selvatici accanto turisti a piedi o in bici.

Un'incompatibilità che peraltro riguarda anche l'assalto automobilistico ad alcuni passi dolomitici e che in fin dei conti finisce per mortificare la stessa bellezza dei luoghi e anche un'idea più profonda di valorizzazione economica più consona alla peculiarità di questi angoli meravigliosi (quelli sotto tutela Unesco e gli altri).

Un'idea più profonda di valorizzazione economica legata in buona parte al turismo ma non solo (agricoltura, piccolo artigianato, innovazione tecnologica, creazione di valore "immateriale").

Una visione e un progetto che ampli lo spettro della presenza umana rispettosa e positiva in territori a rischio spopolamente e che nel contempo metta definitivamente una pietra sopra a modelli obsoleti e densi di effetti collaterali negativi, come appunto l'indiscriminato utilizzo dei tornanti dolomitici da parte di moto potenti, molto rumorose e spesso troppo veloci.

Nel contesto globale di una crisi ecologica ormai conclamata, il contributo delle nostre comunità alpine è anche questo: indicare modelli vincenti che sappiano coniugare benessere degli esseri umani e del resto della natura, attività economica e rispetto dell'ambiente, del paesaggio, delle risorse, delle persone, degli animali. Della vita. 

Non è più il tempo dei rinvii, dei "sì ma", dei ritardi prima di fare finalmente "la cosa giusta": dopo decenni di lentezza, progressività esasperante o di inazione, è il momento di scelte forti e di elevato impatto qualitativo. Scelte che diano risultati immediati e che insieme orientino il processo storico verso nuovi modelli, compatibili e redditizzi, quindi socialmente desiderabili

Nel caso del turismo d'alta quota si tratta, per esempio, di accellerare con la riorganizzazione  sia del'offerta in termini di attività, sia della mobilità (riducendo al minimo il traffico motorizzato e favorendo trasporto collettivo con navetta e impianti e fune).

Spiace constatare che, purtroppo, le classi dirigenti pubbliche e private spesso sembrano intimorite, indecise o deboli di fronte a questo grande bivio fra un modello ormai vecchio e insostenibile e una vsione nuova sulla quale investire risorse, professionalità, coraggio imprenditoriale, azione politica, legislativa e amministrativa. In questo contesto deludono fortemente episodi chiave come la bocciatura da parte degli operatori locali e della Provincia autonoma di Trento del progetto di turimo alternativo proposto per il passo Rolle da La Sportiva (Outdoor Paradise).

Peccato, ma le bocciature, in questo come in altri casi, vanno interpretate come immaturità sociale e politica, senza scoraggiare chi ha intrapreso il cammino nella direzione giusta.

Su questi temi la Foresta di Sherwood aveva proposto in passato un paio di apporofondimenti che il lettore ritroverà qui di seguito.


Passi Dolomitici, turismo e traffico: l'innovazione che non c'è  [pubblicato il 18/06/2014]

La fondazione Dolomiti Unesco ha avviato uno studio sul traffico in quota, per metterne a fuoco le criticità. L'intento è lodevole, tuttavia vien fatto di osservare che da anni (anzi, decenni) sono facilmente verificabili gli effetti di degrado ambientale derivanti dall'assalto motorizzato agli angoli più accessibili della catena montuosa (specie i valichi principali).

Il fenomeno, concentrato nei mesi di alta stagione, trasforma i più noti passi dolomitici in enormi parcheggi, mentre sui tornanti si scatenano in «piega» motociclisti che scambiano le vallate alpine per piste da Gp diffondendo l'eco molesto del motore che romba a pieni decibel.

Non male per il quadretto bucolico del patrimonio dell'umanità.

 

Di fronte a cotanta evidenza empirica, c'è da augurarsi che l'iniziativa della fondazione voglia essere consapevolmente pleonastica e produrre dati tangibili da sottoporre alle amminisatrazioni locali sorde, che da decenni tergiversano parlandosi addosso anziché mettere in campo correttivi degni di nota.

Invero, lo ha fatto in parte l'Alto Adige, introducendo il pedaggio per qualche valico, soluzione che peraltro non risolve il problema e non rappresenta certo nulla di innovativo: semplicemente legittima l'automobilismo e il motociclismo d'alta quota.

In altri casi, in provincia di Belluno, qualche Comune ha dotato di autovelox fisso alcuni tratti stradali (per esempio al passo Giau, nella foto, sopra Cortina), che fungono da dissuasori specie nei riguardi dei piloti da moto Gp.

 i tratta di iniziative di scarsa rilevanza, che avvengono all'interno di uno scenario istituzionale dal profilo particolarmente conservatore, avvitato su se stesso e incapace di produrre un salto di qualità nel modello turistico e nella fruizione di un territorio unico, prezioso e delicato come i Monti Pallidi.

Anche il progetto del cosiddetto trenino delle Dolomiti (collegare la Valsugana a Feltre e Cortina alla val Pusteria per creare un anello attraverso le principali città e vallate) viene promosso da realtà non istituzionali, mentre nelle stanze del potere politico si sprecano da decenni soltanto parole nel vento.

Da sempre, poi, ogni qualvolta si parla di limitazioni al traffico sui passi dolomitici c'è qualcuno che insorge, spesso qualche operatore commerciale che comprensibilmente si preoccupa del rischio di contrazione del giro d'affari. Queste reazioni sociali sono a loro volta il risultato dell'inerzia istituzionale, dei ritardi e del vagheggiare di chi avrebbe dovuto preoccuparsi di costruire un sistema innovativo all'insegna del motto «meno motori e più persone sulle Dolomiti».

Creare una rete efficiente e conveniente di trasporto collettivo (bus navette e impianti di risalita), rendere più gradevole il tempo trascorso sui passi, incrementarvi le attività economiche sono obiettivi ragionevolmente perseguibili. Se trent'anni fa fossero stati presi seriamente in considerazione, oggi avremmo già un quadro consolidato e persuasivo nei riguardi di chi fonda sulla presenza umana in quota il nucleo della sua attività economica e scoprirebbe che la via «sostenibile» preserva l'ambiente naturale e gli porta più clienti che se lo godono in santa pace.

 Liberare progressivamente i valichi dal traffico automobilistico, nei mesi "roventi" e almeno durante il giorno, equivarrebbe a favorire forme di turismo meno frettolose, con buona probabilità di accrescere sia il numero dei visitatori di questi luoghi sia la qualità dal punto di vista della spesa (si pensi soltanto ai risvolti sulla frequentazione ciclistica, oggi largamente mortificata dalla presenza di auto, camper e moto sulle grandi strade dei monti, con pericolo di incidenti e inquinamento atmosferico/acustico).

Per ora si potrebbe sperimentare da sùbito un paradigma innovativo in un'area circoscritta (un singolo passo, per esempio) organizzando però in modo preciso la mobilità alternativa per vedere l'effetto che fa (potremmo scoprire che ne parlerebbe anche il New York Times...).

Oggi le Dolomiti sono un luogo splendido noto in tutto il mondo, se facessero un salto di qualità nell'ambito dei trasporti diventerebbero un gioiello invitante e originale che richiamerebbe ancora più turisti da ogni angolo del pianeta (ai quali poi si potrebbero far conoscere anche gli innumerevoli tesori nascosti, tutte le bellezze fuori dai circuiti celebri di questo fazzoletto alpino).

Ma per questo servono classi dirigenti un pochino illuminate. Chi accenderà le torce?


 

Le Dolomiti, le moto, l'idrogeno e un'idea di turismo  [pubblicato il 24/08/2011]

È quasi paradossale che ci sia voluto un evento straordinario – il raduno delle Harley Davidson in val di Fassa, ovviamente intitolato “Dolomiti Run” - per sollevare una questione di enorme rilevanza quale la massiccia presenza delle motociclette sulle strade in quota delle Dolomiti.

All'idea che nel prossimo week-end un migliaio di motociclisti organizzati invada i passi qualcuno ha reagito con una serie di osservazioni critiche condivisibili, a cominciare da Michil Costa, albergatore gardenese e figura nota anche per l'impegno sulle tematiche ladine, turistiche e ambientali. Una sobria lezione di buon senso è venuta anche dall'assessore altoatesino all'Ambiente, Michl Laimer, che con l'occasione ha rilanciato il progetto di chiudere al traffico i passi dolomitici, perlomeno in determinate fasce orarie.

Entrambe le voci che si sono alzate dal vicino Sudtirolo hanno espresso contrarietà alla rumorosa manifestazione fassana e si sono richiamate alla necessità che il turismo sulle montagne monumento dell'umanità sia sempre più orientato verso criteri di sostenibilità.

Spiace osservare che, al contrario, dal versante trentino abbracciando con esplicita convinzione la filosofia del turismo di massa (vedi l'intervista sull'Adige del 23 agosto ad Andrea Weiss, direttore dell'Apt della val di Fassa) si difendano iniziative più consone a una prateria disabitata del Texas che a un microcosmo delicato come le Dolomiti. Salvo naturalmente spendere qualche parola avveniristica – dal sapore più che altro di circostanza - sul turismo e la mobilità sostenibili come questioni che riguardano solo la politica, le sue decisioni e i suoi investimenti alle calende greche.

Nel frattempo, i soggetti in prima fila nel turismo che fanno? Contribuiscono remando contro? Mah...

Intanto, fra un raduno e l'altro, il degrado della mobilità sulle Dolomiti prosegue e, se del caso, peggiora, mentre sul fronte dei correttivi siamo più o meno alle boutades da bar sport.

Il tutto in una delle vallate alpine che più sta subendo la pressione turistica in termini quantitativi.


È vero, come osserva Luigi Casanova di Mountain Wilderness, che appare difficile, allo stato attuale, limitare in qualche modo il transito delle moto sulle Dolomiti finché non si interviene anche sulle automobili.

Tuttavia, è altrettanto evidente che l'impatto delle motociclette è decisamente più pesante, sia in termini di inquinamento acustico sia di rischio di incidenti.

A chi si ostina a difendere questo modello di turismo aggressivo, vien fatto di chiedere se sia mai salito a godersi l'atmosfera in cima ai principali passi dolomitici, da giugno a settembre, trasformati in un mare di lamiere che rompono senza pausa il silenzio del “patrimonio dell'umanità”, con ricorrenti sussulti dovuti a questo o quel pilota che si cimenta sui tornanti con il suo bolide rombante quasi fosse in pista.

La questione che ragionevolmente chi vive questi territori dovrebbe porsi in modo stringente è: come portare in quota – ai passi o altrove – lo stesso numero di persone, anzi, di più, limitandone al massimo l'impatto ambientale (abbattendo per quanto possibile inquinamento acustico e atmosferico)?

La risposta risiede nell'organizzazione di efficienti servizi di trasporto in quota, sui passi e non solo, dal fondovalle, creando un sistema di navette (dove possibile elettriche) connesso con gli impianti di risalita esistenti che possono essere migliorati e utilizzati più intensamente.

Certo, non un processo semplice; ma nemmeno impossibile.

Una piccola rivoluzione che, una volta assestatasi, probabilmente porterebbe in quota molti più turisti/clienti intenzionati a vivere per un po' i luoghi e non solo a transitarvi più o meno di corsa (e forse anche a spenderci più soldi di chi infila un tornate dopo l'altro col ginocchio a terra).

Le zone più spettacolari guadagnerebbero una nuova dimensione di vivibilità rispondendo a una crescente richiesta di relax che proviene dalla vasta fetta di turisti che rifiuta il “mordi e fuggi”, specie nel tempio rappresentato dalle geometrie naturali delle Alpi.

Le Dolomiti si collocherebbero fra le avanguardie internazionali del turismo sostenibile, centrando presumibilmente due obiettivi con un'unica mossa: rispettare di più l'ambiente naturale (e chi ci vive) e accrescere il proprio peso specifico nel mercato.

Purtroppo questa prospettiva, che parrebbe la più ragionevole per un ecosistema alpino unico e fragile, oggi resta fantapolitica, a causa dell'arretratezza di larga parte delle classi dirigenti che tendono ad assecondare i peggiori istinti della “massa” turistica, se serve per l'abbuffata, anche scimmiottando a duemila metri sul livello del mare caroselli rumorosi da riviera adriatica.

Come se fosse la stessa cosa.

D'altra parte, qualcosa di strano c'è, se mentre il traffico invade le vallate, la Provincia autonoma di Trento decide di spendere nove milioni di euro per tre minibus a idrogeno da sparare in mondovisione per la passerella dei Mondiali di fondo in val di Fiemme (con gli stessi soldi si compra una cinquantina di autobus euro 5 o euro 6, come spiega l'Adige del 23 agosto).

Tant'è, che sorge una domanda: ma i montanari, i depositari delle tanto declamate (e strumentalizzate a fini turistici...) tradizioni alpine, che cosa vedono di compatibile con la loro condizione antropologica nel corteggiare eserciti di persone che trovano simpatico espandere l'eco del rombo dei loro motori da una parete all'altra dei Monti Pallidi?

Dobbiamo ritenere che sia questa la celebratissima “filosofia montanara”?

O sarà forse il caso di ragionare sui limiti di alcune attività?

Di chiedersi se non si sia perso il senso della moderazione e che forse si possa ripartire da un suo recupero, certo, ragionato, condiviso, progressivo, illuminato, vantaggioso?

In proposito, sia Michil Costasia l'assessore Michl Laimer si sono richiamati anche alla fondazione Dolomiti Unesco.

In effetti, spesso verrebbe da dire, se ci sei batti un colpo.

Certo, fin qui c'è ben poco di che entusiasmarsi e non so quante aspettative sia ragionevole riporre su questo fronte.

Per quanto mi riguarda, sto aspettando dal 29 giugno scorso una risposta dalla Commissione nazionale italiana dell'Unesco a un email in cui chiedevo un commento alle dichiarazioni rilasciate ai mass media dal segretario generale della fondazione Dolomiti Unesco, Giovanni Campeol, nell'ambito del dibattito sulla limitazione del traffico a motore sui passi dolomitici nel periodo estivo.
Fra le dichiarazioni, facilmente reperibili online, rilasciate nella seconda metà di giugno, si legge: «Se vuole chiudere i passi Reinhold Messner lo faccia a casa sua» (il Gazzettino, 6 giugno 2011) oppure: «Ci risulta che l'aria nei luoghi Unesco sia pulita».

Apparentemente non proprio uno spot per il turismo sostenibile.

In tanto grigiore, non mancano, per fortuna, segnali in controtendenza.

Uno di questi l'ho notato l'altro giorno, in una delle mie consuete escursioni al passo Giau, uno dei molti gioielli delle nostre Dolomiti: il Comune ladino bellunese di Colle Santa Lucia ha installato sul suo versante del valico dolomitico due autovelox che, secondo quanto riportato dalla stampa locale, hanno principalmente proprio l'obiettivo di scoraggiare i centauri troppo pesanti sull'acceleratore.

Per curiosità ho cercato qualche racconto o reazione nei forum motociclistici online e vi ho trovato sostanzialmente commenti sarcastici o ironici, insieme ad avvisi rivolti ai colleghi per non cadere nella trappola.

Non so quanto il mio campione sia rappresentativo e mi auguro che la realtà mi smentisca; tuttavia l'impressione che ho avuto non era propriamente di soggetti preoccupati dei rischi dello sfrecciare nei tornanti ma del rischio di finire immortalati dalla polizia.

Comunque sia, gli autovelox sono là e fanno il loro mestiere: direttamente, dissuadendo che infrange il limite dei cinquanta orari; indirettamente, dimostrando a noi tutti che intervenire per difendere le Dolomiti si può in molti modi. Basta essere convinti che i correttivi vanno introdotti presto. Possibilmente prima dell'avvento (molto presunto) dell'idrogeno.

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