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La scuola ha senso solo se accoglie
Le tecnologie non bastano

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Incomincia a diventare comune la scena di brevi file all'ingresso delle scuole materne. Genitori a distanza, per mano il figlioletto. L'attesa e poi l'affidamento a un terzo, ai maestri, l'ingresso a Scuola. Riporto un filosofo che amo da sempre, Michel Serres (1930-2019).

Serres (1930-2019), autore di libri di una bellezza sfolgorante, in uno dei suoi testi dal titolo «Il mantello di Arlecchino (Marsilio 1992)», ha riflettuto sull'educazione dell'età futura. Serres fa parte della linea di ricerca filosofica di Foucault, Deleuze, ma nulla a che spartire con le dissonanze aspre di Foucault o gli spiazzamenti dada e ermetici di Deleuze. Ha una dolcezza della lingua, un fluire che ti immettono nell'ascolto di ciò che dice (proprio di questo si tratta, di musica e ascolto) in pieno abbandono.

Ebbene, che dice in questo testo? Parla, in un passo, del bimbo che anticamente veniva condotto dallo schiavo a scuola. E questo schiavo veniva detto pedagogo. Perché già il viaggio era un'istruzione. Uscendo dalla casa, magari tenuto per mano dallo schiavo, esperiva già subito una dimensione terza, capiva l'alterità, il percorso e l'affidamento. Viveva un'esperienza di diaspora ed emigrazione. Uscendo di casa, il bimbo - dice Serres - incontra la terza persona. Incontra, ad esempio, per dire una cosa solo apparentemente semplice, la terzietà non prevedibile del tempo atmosferico: piove, nevica. Non si è soli nel mondo. Si è esposti al mondo. E in questa scoperta il bimbo rinasce e scopre se stesso in una trasformazione.

Cosa ci dice Serres con la sua lingua preziosa e suadente? Che l'istruzione è incrocio, contatto, comunità, in un senso molto radicale. È un continuo andirivieni da sé verso l'altro. Vale per i piccoli della scuola materna, ma vale anche per gli adulti. Vale sempre. Le sue parole mi fanno riflettere su quello che è stato la didattica in questi mesi. Efficacissima attraverso i mezzi tecnologici. Come avremmo altrimenti potuto continuare a fare formazione durante la pandemia? In alcuni casi ottimamente sostitutiva della lezione in classe. Gli studenti del Conservatorio che hanno seguito le mie lezioni hanno molto ben lavorato. Abbiamo potuto supplire alla difficoltà di non essere in presenza, insieme davanti a uno strumento, a un gruppo strumentale, per guardare i lavori compositivi, provarli, verificare soluzioni alternative. In diretta è più semplice. C'è un'informalità molto utile che abbrevia i tempi. Ci si capisce più rapidamente in presenza. Ma abbiamo tenuto fede a tutti i nostri programmi, e anzi certo lavoro ha forse tratto beneficio dal fatto che si lavorasse sul mezzo tecnologico e a distanza.

E però... C'è un però che ho avvertito in certe parole dei miei giovani studenti. Non me l'aspettavo da loro nativi digitali, tutti o quasi. Hanno capito, proprio da questo loro versante, forse più di noi, che non c'è istruzione senza un'apertura al sociale. Quest'apertura può avvenire attraverso tanti dispositivi tecnologici a cui sono abituatissimi. Io, dalla mia parte, penso anche a dispositivi antichi come un libro, che sa coltivare immaginazione, pensiero, relazione più di tanti incontri in vivo. Ma comunque l'assenza concreta del percorrere le vie della città per un periodo lungo, di incontrare le persone che conosciamo o non conosciamo, di incontrare concretamente il tempo atmosferico, la terzietà del mondo di fuori che sa trascenderci con il suo richiamo al fatto che siamo quasi ospiti di questo mondo, soltanto ospiti, tutto questo impoverisce l'esperienza, che ha bisogno di espandersi all'esterno e non può stare reclusa. Ha bisogno di una topografia, di una geografia che non corrisponda alla semplice mappa dei propri spazi, del proprio domicilio, dei propri confini. Ha bisogno di attraversare i confini. Ha bisogno dell'esterno, di concreta geografia, di vissuta meteorologia.

I bambini che tornano a scuola, baciati dal sole o sotto l'ombrello che li ripara dalla pioggia tornano a esporsi alle cose recandosi a scuola, la mano stretta a chi l'accompagna. Sono protagonisti di un transito che li fa nascere nuovamente esponendosi al mondo, che tutti ospita, e alla scuola che torna ad accoglierli nei suoi spazi.

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