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Alesina, ci mancherà il suo pensiero libero

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Loro lo guardano adoranti, lui scherza e ridono insieme, in un clima di complicità e allegria sincera e contagiosa, che è bella da vedere per chi se li trova a passare di fianco, a passo svelto, tra piazza Duomo, via Belenzani e via Manci. Impossibile non voltarsi a guardarli. La conferenza è andata bene, sono contenti. Alberto Alesina è esausto, perché non si risparmia mai in questi confronti pubblici, come in tutto ciò a cui si dedica.

Ma è lui a congratularsi con i due studenti di dottorato all’università di Harvard, che lo hanno seguito a Trento al Festival dell’Economia. «I miei studenti sono i miei figli» confessa il professore e gli si illumina il viso mentre lo dice, come solo un grande amore può riuscire a fare.

Alesina era stato invitato a Trento l’anno scorso da Tito Boeri a presentare una indagine illuminante sulla falsa percezione dell’immigrazione in Europa, oltre al libro - allora appena uscito - «Austerità. Quando funziona e quando no» (edizioni Rizzoli), scritto insieme a Carlo Favero e al caro amico Francesco Giavazzi, libro che da poco ha ottenuto il premio Hayek, intitolato all’economista premio Nobel nel ’74.

Non poteva sapere, nessuno poteva immaginare, che sarebbe stato il suo ultimo Festival. E la sua improvvisa scomparsa è stato uno shock per chi lo stimava e gli voleva bene.
Gli piaceva questa kermesse trentina, che metteva a portata di mano di persone di ogni tipo tante occasioni di dibattito sui temi economici, ma con protagonisti di altissimo livello. E gli piaceva proprio per questo. Detestava infatti l’improvvisazione - salvo quella pianistica di Keith Jarrett - e la mediocrità, specie se unita a saccenza e presunzione, caratteristiche lontanissime dal suo modo di essere.
Non mancava di ripetere quanto era stato bravo Tito ad avere l’idea. Ma al tempo stesso, alla fine, furono poche le volte in cui venne al Festival, perché per venirci doveva avere qualcosa da dire. Non era infatti un presenzialista. «Non è il mio campo» diceva, quando il titolo scelto per quell’anno non era nelle sue corde. Meglio andare a scalare in montagna, sul suo amato Monte Bianco. E comunque aveva sempre mille altri impegni.

La prima volta che venne al Festival fu nel 2009, in piena crisi economica, e sostenne che «le grandi opere non servono per uscire dalla crisi, sono spesso inutili e troppo lente», quando allora tutti dicevano il contrario.

Si è trovato spesso controcorrente e senza paura di sentirsi in minoranza o persino isolato nelle sue posizioni, come sul tema dell’”austerità”, che lo rese oggetto di un durissimo attacco da parte del premio Nobel Paul Krugman; ma ha sempre portato avanti le sue idee poggiandole sui numeri e su argomenti solidi, mai sulle chiacchiere. E soprattutto senza pregiudizi o partito preso.

Non incasellava gli altri e avrebbe voluto non essere incasellato, perché aveva una libertà di pensiero tale da permettersi di mettersi sempre in discussione, ammettere gli errori e cambiare opinione. Per questo amava confrontarsi con le persone che incontrava, poteva essere chiunque, l’importante è che da questo dialogo potesse ricevere qualcosa, cogliere uno spunto intelligente, avere un’idea a cui non aveva pensato, aprirgli orizzonti diversi e per questo interessanti. Cercava l’intelligenza e l’autenticità, scappava dalla stupidità, dall’ottusità e la vanagloria delle persone, che fossero professori, notabili, politici o gente comune di ogni sorta, la discriminante era una sola.
Ho conosciuto Alberto Alesina nel 2009, perché mi mandò un messaggio email, per ringraziarmi del pezzo che allora avevo scritto sull’Adige sulla sua conferenza. Mi disse che avevo colto e trasmesso in modo efficace il suo pensiero e mi chiese se avevo voglia di aiutarlo e dirgli cosa ne pensavo del libro che stava scrivendo allora, insieme ad Andrea Ichino. Era «L’Italia fatta in casa» (Edizioni Mondadori), una indagine sulla struttura economica e sociale italiana basata - nel bene e nel male - sulla famiglia.

Iniziò a mandarmi le bozze dei capitoli e io a dire la mia, soprattutto quello che non mi convinceva. E lui era contento specialmente di questo. La sua preoccupazione era rendere semplici e interessanti per tutti i concetti difficili. Ci riusciva sempre. Fu un’esperienza bellissima.
Il libro è stupendo e io sono ancora incredula della fiducia del professore di Harvard, che si faceva dare del tu, come dai suoi studenti, e incoraggiava a tirare fuori il meglio di sé, rivelando una umanità straordinaria.

In questi 11 anni abbiamo continuato a scriverci, fino a poche settimane fa, in piena pandemia da Coronavirus in Italia e negli Usa. Scherzava, dicendomi che avrei dovuto mettere la mascherina anche al mio cavallo. I viaggi erano saltati. Lui era molto preoccupato per le conseguenze economiche di questa crisi, ma anche per il futuro dell’Europa e per quel virus del populismo che attacca le democrazie liberali, come ha scritto magistralmente in un recente imperdibile editoriale sul Corriere della Sera a doppia firma con Francesco Giavazzi.

Alesina era curioso di quanto stava accadendo nella politica italiana, faceva parte del suo lavoro, perché economia e politica non possono essere due mondi separati per incidere sulla realtà. Gli piaceva sollecitare interpretazioni diverse e sintetiche dei fatti politici, anche degli episodi minori o buffi, su cui non risparmiava battute, mentre spesso quando si trovava negli Stati Uniti, non aveva il tempo e non voleva trovarlo, di informarsi di queste dinamiche e se le faceva raccontare. Le beghe politiche italiane, infatti, le considerava assurde, quasi come Donald Trump. E così i suoi commenti - alla fine - erano sempre sagacemente e inesorabilmente netti e spietati.

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