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In vacanza da sorvegliati

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Quest'anno, per chi potrà farle, saranno vacanze da sorvegliati speciali. Vedremo. Se c'è una cosa che sappiamo fare è adattarci, l'umanità si adatta a tutto. E quindi ci adatteremo anche alle vacanze in regime di precauzione.

In questi giorni si parla di andare in spiaggia con braccialetti elettronici, come le persone che sono sottoposte a libertà vigilata. I sensori di prossimità di questi bracciali dovrebbero vibrare scesi sotto una certa distanza, cioè se ci avviciniamo troppo a un altro bagnante. Speriamo che non diano anche una scossa elettrica, non si sa mai.

E poi termoscanner per la rilevazione della temperatura, app di tracciamento attraverso il telefono cellulare, certificati medici, test sierologici, patentino di immunità per chi ha già sviluppato gli anticorpi al virus. Disinfettanti come se piovesse e per giunta bagnini e vigilantes che, in caso di emergenza, non potranno fare la respirazione artificiale a chi ha rischiato di annegare.
Come si capisce, è una situazione vagamente paradossale. Se poi si aggiungono i turni sulle terrazze degli hotel, nei ristoranti, fuori dai rifugi di montagna e sotto l'ombrellone, le prospettive non sono entusiasmanti. Da parte degli albergatori e dei ristoratori, d'altronde, la situazione non è meno pesante né meno paradossale; adeguare gli spazi è costoso, non per tutti varrà la pena riaprire.
Volare via? Un percorso a ostacoli anche quello: check-in meticolosi, molte ore di attesa prima dell'imbarco per le necessarie procedure, sanificazioni dei bagagli, niente pasti sull'aereo, e all'arrivo un trattamento da potenziali appestati. Tutto questo è problematico, anche perché la vacanza è il momento della liberazione dalle costrizioni, dalle regole del mondo del lavoro, da una quotidianità che spesso opprime. La vacanza è il tempo del corpo liberato, sono le ore piccole, l'happy hour, gli amorazzi estivi. Insomma la vacanza è un'evasione, e non si evade con i bracciali elettronici.

E però a ben vedere c'è anche un aspetto positivo: meno ressa. Via dalla pazza folla, finalmente. A nessuno piacciono le città d'arte, le piscine, i campeggi e i buffet stracolmi di gente. Fino a dicembre dell'anno scorso si parlava di overtourism, di troppo turismo. Nei convegni ci si confrontava, preoccupati, sul collasso delle città sotto l'onda d'urto di masse di visitatori. Da Barcellona a Venezia, dai Musei Vaticani alla Liguria delle Cinque Terre. Per molti anni non siamo riusciti a regolare i flussi e ci lamentavamo - chi più chi meno - di "invasioni" stagionali difficilmente gestibili. Molti, per la verità, si sono riempiti la bocca di turismo di qualità, ma puntando invece evidentemente alla quantità. Poi lo stop drastico e traumatico al turismo di massa, causa Covid-19. Altro che iperturismo, "o masa o miga", come si dice. La situazione non l'hanno risolta i destination manager, ma l'ha stroncata un'epidemia cinese. Dolorosamente.

Oggi si affaccia al mondo del turismo un concetto interessante, anche se non del tutto popolare. E' il principio del "meno e meglio" (che tra parentesi è il titolo di un ottimo libretto scritto da Maurizio Pallante per Bruno Mondadori). In questa strana fase post epidemica è possibile che coincidano necessità e desideri. Se gli operatori delle strutture ricettive saranno obbligati a sfoltire e a contingentare l'accesso dei clienti, per forza questi si ritroveranno meno intruppati. A parte le considerazioni di carattere economico (il magro bonus vacanze, e l'inevitabile magro fatturato del settore turistico) messa così la cosa può funzionare. Deve funzionare. Come recita il proverbio, bisogna fare di necessità virtù. Sperando che tutto questo passi, e che a nessuno venga in mente di farci portare bracciali elettronici per tutta la vita.

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