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La grande resistenza dei bambini

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Questo è un tempo in cui ogni ritmo, abitudine, pressione si è trasformata in una specie di materia fluida, dilatata, in un tempo che avanza con i ritmi di luce e buio, di freddo o di caldo per quei bambini che, se fortunati, possano ancora avere un fuori di orto, di giardino, di cortile dove arriva il sole o da dove si possa scappare via se piove.

Non c’è più la sveglia, la campanella, la ricreazione, la partita di pallone, un «vai a letto che domani hai scuola e poi sei stanco». Ci sono bambini rimasti senza nonni, distanti o perduti, ci sono bambini in pochi metri quadri senza uno spazio di gioco, ci sono bambini lasciati ancora più soli, o bambini mai più graziati dallo stare soli, stretti in una convivenza forzata dove liti, violenza, esasperazioni non sono più evitabili o camuffabili.

Mi capita di pensare molto ai bambini in questo periodo, immaginando come sarà la differenza tra l’uno e l’altro, quanto un metro in più o una parola migliore potranno risarcire il vuoto o il pieno, la solitudine o la sua mancanza, un calcio vero al pallone o uno finto tirato sulla play, una stanza senza giochi insieme ad altri fratelli, un ultimo piano senza poter scendere, e pensare ai bambini più fragili per i quali l’abitudine era garanzia di un possibile equilibrio.

Non dobbiamo credere che poi tutto passa e tutto viene dimenticato perché tra il correre di prima e il fermarsi di adesso, tra quel tanto “fuori” di prima e il tanto “dentro” di adesso, i bambini dovranno cercarsi un varco, una terza via, un senso conciliante. Tra i tanti misteri del virus, ce n’è uno benedetto e salvifico che è quello di non uccidere i bambini. Risultano avere un sistema immunitario capace di sostenerlo. Ma nessuno sviluppa difese immunitarie contro qualcosa che continua a ferire, seppure in modi diversi: il sentirsi soli, spettatori inermi di un evento tanto immenso quanto invisibile. Un mostro che non si vede. È il mostro della solitudine che visita i malati che se vanno per la mancanza graduale di respiro, che porta la solitudine nelle case, piene o vuote che siano, nelle strade, nelle scuole disabitate dai bambini, nei parchi lucchettati.

Ci sono bambini che hanno perso persone care, qualcuno anche un genitore. Non hanno potuto celebrarne la perdita, un rito di addio. Non esiste un solo popolo sulla terra che non abbia sviluppato rituali funebri per sopportare il distacco. Per i bambini i riti di passaggio, i cambiamenti, le soglie da oltrepassare, rappresentano delicati ponti tra salute e malattia, rimozione e consapevolezza. Non possiamo supporre con faciloneria che quando tutto sarà finito esisterà un rinnovamento spontaneo, come la crescita di una nuova foresta dopo un incendio.

Strizzare gli occhi a un “dopo”, salutarlo come immediata conquista è pericoloso: prima di tornare ad una specie di normalità, i morti dovranno essere sepolti, anche in senso metaforico. Questa è la legge psicologica di ogni epoca, di ogni cultura, di ogni crescita consapevole.
L’accelerazione di prima, il fermo di adesso. È necessario uno spazio di respiro. Forse le restrizioni alla libertà possono aiutare a prendere coscienza dell’importanza di un ritmo, di un legame con gli altri, di un riferimento. C’è da guarire un tempo ferito, dai legami spezzati, dalle certezze crollate. Chiedersi se l’accelerazione di prima, fosse non altro che un tentativo di escludere la morte. Come il bambino iperattivo che nasconde nel movimento frenetico, il terrore di fermarsi, di stare lì, di “ascoltarsi”. La morte non doveva raggiungerci, nella nostra fuga accelerata da essa.

Tra parola e silenzio c’è un baratro. Non sono due luoghi confinanti. Ho sempre sostenuto, nei bambini, il valore della lentezza, del silenzio, della possibilità di annoiarsi in un tempo dove il respiro possa espandersi, ma esiste la noia “sana” dove il tempo ritrovato si popola di progetti, di invenzioni, fantasie e poi c’è la noia meno sana, quella di un tempo troppo dilatato, fatto di vuoto, della costrizione in un dentro compresso, di corpo che non corre, non vede luce, di un grigio trasversale che azzera l’orizzonte.

Dobbiamo pensare molto ai bambini che niente dimenticano, e quello che sembra dimenticato (o rimosso) si annida nel corpo, come memoria di cellule e poi, molto dopo, ritorna e ri-esplode a noi, che facciamo finta di non capire da dove l’esplosione arrivi e perché.
Cerchiamo di parlare molto con i bambini, raccontare loro quello che accade con parole sostenibili, che non contengano i dati ossessivi quotidiani, né il conto dei morti, ma racconti di gesta eroiche, simili alle loro, eroi silenziosi dietro il vetro a percorrere qualcosa di grande, che sarà storia da ricordare, di cui bene o male sono stati protagonisti. E ringraziarli per tanta pazienza, per tanta reclusione, per tanta ubbidienza.

Serve poi usare immagini belle, illustrazioni di libri, disegni, e ascoltare suoni, strumenti, canti, in dosi generose come antidoti ai volti incappucciati e alle mascherine, agli altoparlanti che ogni giorno passano per strada avvertendoci di un pericolo continuo e di rimanere in casa. Ho visto i bambini sussultare ogni giorno a quella voce registrata e metallica e come soldati rigorosi con straordinario e innato senso civico, rispondere alla chiamata, restando.

Nessuno ho visto lagnarsi di un compleanno saltato o di una festa mancata. Li ho visti avere nostalgia di imparare, scoprire, conoscere, ma non dei compiti che arrivano come un tappabuchi di coscienza scolastica. È la loro, una autentica resilienza. C’è un primitivo e atavico rispetto nei bambini che ha radici nella totale fiducia nel mondo dei grandi. Senza colpa, né giudizio, loro credono e sta a noi restituirli un senso, un impegno, una straordinaria opportunità di coraggio. Trovare l’oro dove c’è. Una caccia al tesoro difficile, ma sapranno giocarsela.

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