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Europa, un sogno da rilanciare

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Von den Leyen chiede pubblicamente scusa all’Italia. Il premier Conte la ringrazia, ma aggiunge: «Cara Ursula, sento idee non degne dell’Europa». La cancelliera Merkel non gradisce. Rimarranno solo parole? Chi è l’Europa colpita dal virus?

Negli Usa Trump fa fronte alla crisi epidemica stanziando oltre duemila miliardi di dollari e richiama un milione di “riservisti” per la macchina anti-crisi. In Europa, la Germania arriva a mille miliardi di euro; la Francia, meno solida, si mette sulla scia; l’Italia, partita con 3,5 miliardi, ora è a 50, non potendo permettersi di più. Benché molto diverse, sono cifre imponenti e sconvolgenti per i bilanci nazionali. Specie per quelli dell’Ue, vincolati ai “parametri di Maastricht”, a regolamenti e patti di stabilità che limitano i margini di azione dei governi, che vietano gli aiuti di Stato. In passato, però, tali vincoli hanno operato secondo pesi e misure differenti nei diversi casi nazionali, con la dovizia di argomenti “tecnici” e di contabilità finanziaria che ha sempre seguito una ratio politica. E oggi?

Davanti all’emergenza, Ue e istituzioni comunitarie balbettano, e si arroccano a difesa di un’Europa dell’ancien régime. Dopo che l’epidemia si è diffusa nei Paesi europei, dopo che i governi (persino quello tedesco, “forza calma europea”) hanno chiuso i confini nazionali, la Commissione Ue finalmente decide la “sospensione di Schengen”: quella formale, perché quella reale c’era già stata. Uno dietro l’altro, i governi nazionali annunciano deficit di bilancio e che non rispetteranno i parametri europei; non solo Italia, ma anche Francia e Germania (paladina rigorista del Patto di stabilità); ed ecco che, a fine febbraio, il vice-presidente della Commissione, Dombrovskis, dichiara che il Patto di stabilità in effetti prevede clausole per far fronte a tutte le emergenze: nel caso del coronavirus «saremmo aperti a discuterne con gli Stati che ne facessero richiesta».

Viene il dubbio che Dombrovskis non capisca cosa stia accadendo in Europa, non solo a livello economico e finanziario, ma anche nella sicurezza sanitaria, a livello sociale, politico. Da parte sua, Lagarde, presidente della Bce, dichiarando che lo spread dei Paesi Ue non è un problema della Bce (sic!), infiamma i mercati, si attira le ire di Mattarella (presidente prudente e schivo, ma solo apparentemente docile), e poi fa retromarcia: la Bce interverrà sul mercato dei titoli statali per disinnescare l’esplosione dello spread. Ancora. Si è dovuto attendere il 20 marzo per vedere la Commissione attivare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità e autorizzare i governi nazionali a “pompare danaro nel sistema finché serve”, o per vederla aprire un fondo europeo a favore dell’emergenza coronavirus. Ma attenzione: la Commissione precisa che si tratta di una «sospensione temporanea» del Patto, la cui filosofia deve essere rispettata «senza mettere a repentaglio la sostenibilità del bilancio». Ciò per l’Italia e per diversi Paesi significherebbe avere un sostegno europeo oggi, ma accettare pesanti ipoteche sul futuro, quando, come ha sintetizzato Somma, le alternative del “dopo crisi” sarebbero: «Varare manovre di bilancio lacrime e sangue o subire l’intervento della Troika. Difficile dire cosa sia peggio». L’Italia rischia di diventare la nuova Grecia, in salsa coronavirus.

Ma il nostro Paese non è il solo a temere questa insidia. Mentre Conte punta sui coronabond europei, Ursula von der Leyen li definisce uno slogan; il premier portoghese definisce «ripugnante» la posizione dell’Olanda; quello italiano respinge al mittente le proposte Ue targate Merkel. Siamo agli stracci “in famiglia”. Di fronte agli strumenti di intervento previsti dalle istituzioni europee c’è l’immediata reazione di 9 capi di Stato e di governo: con una lettera pubblica al presidente del Consiglio europeo Michels, Belgio, Francia, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Spagna chiedono che l’Ue operi con maggiore «audacia» nel «sostegno degli sforzi nazionali per proteggere le nostre economie e il nostro modello sociale» messi in crisi dalla pandemia. La Germania si mostra sorda, insieme a Olanda, Austria e Finlandia, Paesi che si autodefiniscono «frugali» e che ribadiscono la sufficienza degli strumenti evocati da Bce e Commissione. Il vertice dei 27 capi di Stato e di governo (26 marzo), dopo una surriscaldata teleconferenza di sei ore, non supera le divisioni e rinvia di 15 giorni ogni decisione. Dum Roame consulitur, Saguntum expugnatur. Mentre a Bruxelles si discute, l’Europa è in fiamme. Questa è l’Europa. Lacerata, ancora una volta. Le contrapposizioni tra “formiche e cicale”, tra Nord e Sud, sono difficili da dissimulare, e hanno una natura culturale e politica prima che economica.

«Questa Ue somiglia a un sogno fallito» è canzone oggi gettonata. Un sogno ingannevole dal quale siamo spinti a svegliarci. Certe crisi possono rivelare ciò che siamo. Anche in campo politico. Dove siamo arrivati? Oggi un nuovo sogno europeo non pare credibile. Ma anziché rabberciare quello vecchio dovremmo guardare in faccia la realtà europea e cercare, nell’interesse di tutti, un coordinamento minimo indispensabile tra gli Stati, dove pure i più forti capiscano che è loro interesse tenere al riparo quelli che sono più in difficoltà. Riprendendo Prodi: se Germania e Olanda non capiscono, a chi venderanno i Bosch e i tulipani? Alla Cina? Qualcuno dice: «Ma questa non è l’Europa, sono i governi». Vero. Ma l’Ue, alla fine, è essenzialmente un’arena di Stati nazionali, di accordi e compromessi, di conflitti o egemonia dell’uno o dell’altro, dove sono in gioco il controllo di tecnostrutture e le pressioni di lobbying networks.

Per gestire la crisi-virus e limitarne i danni nel Vecchio Continente è necessario che l’Europa batta un colpo e riveda alcuni suoi dogmi. Lo dice anche l’intelligente e autorevole Draghi, invero pure lui in ritardo, ma in anticipo rispetto ad altri. In effetti, l’Europa si sta muovendo. Ma in quale direzione? L’Europa ha diverse facce e molte vesti istituzionali. Ma a contare davvero non è quella per anni declamata da tanti alfieri di un europeismo facile ed equivoco. La belle fable dell’Unione europea si sfalda sotto i colpi della realtà. L’Unione europea, per come l’abbiamo conosciuta e ci è stata raccontata, rischia di finire davvero a gambe all’aria. Per l’emergenza si troverà una soluzione-tampone. Può darsi che debba solo «passà ‘a nuttata», e poi nell’Ue tutto ritornerà come prima, ovviamente con il maquillage del caso a renderla di nuovo bella e desiderabile: perché conviene, perché non ci sono alternative, perché il potere è il potere. Ma la storia scopre le sue carte molto dopo che noi abbiamo giocato le nostre. Sempre.

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