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Lo scandalo dell’imprevedibile

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In un celebre saggio del 1986 il sociologo tedesco Ulrich Beck introduceva la definizione di “società del rischio”. Una definizione che ha contribuito ad avviare una serie di studi nell’ambito delle scienze sociali e a favorire ulteriori approfondimenti.

Portati avanti da parte di altri studiosi come Niklas Luhmann, Mary Douglas, David Le Breton. Ma perché la nostra società viene definita “società del rischio”? Che cosa si intende per “rischio”? Proviamo a fare qualche passo indietro. Con l’affermarsi in Occidente della prima modernità all’insegna della secolarizzazione, le vecchie certezze metafisiche, magiche e religiose vengono sottoposte ad una radicale contestazione. La scienza, con le sue applicazioni tecnologiche, è chiamata a costruire una nuova visione del mondo fondata su evidenze dimostrate e misurabili. Ad essa viene riconosciuta anche una sorta di potenza salvifica nel far uscire l’umanità dai “secoli bui” e dalle paure bibliche nei confronti delle carestie e delle grandi pandemie.

Tuttavia, nel passaggio dalla prima alla seconda modernità, anche le certezze della prima rivoluzione scientifica si incrinano generando nuove insicurezze. Il rischio diventa quindi, come afferma Beck, un modo sistematico di governare le insicurezze della seconda modernità, quella dei nostri giorni. Il concetto di rischio, cui fa riferimento la società securitaria, si applica a fatti scientificamente prevedibili, ossia calcolabili e misurabili dal punto di vista matematico-statistico. L’orizzonte della imprevedibilità sembra allontanarsi sempre di più. Il sapere scientifico, va ricordato, si avvale di una metodologia che procede sulla base di protocolli rigorosi, supportati da congetture e verifiche sperimentali prima di pervenire a risultati certi. Quando ciò non avviene si scivola verso un uso ideologico della scienza che possiamo definire “scientismo” e che ci consegna un’immagine dell’impresa scientifica di sapore taumaturgico. Tale deriva ha contribuito ad alimentare l’idea dell’onnipotenza della scienza e della tecnica facendoci sentire tutti definitivamente al riparo da eventi imprevedibili. Fra le tante incertezze, insicurezze, nuove precarietà della nostra società liquida, la scienza rappresenta indubbiamente una garanzia di certezze prevedibili cui si ispira la società securitaria.

Da un lato eravamo convinti, perciò, di poter rimuovere le vecchie paure da contagio eliminando i pericoli associati ad un passato prescientifico ritenuto incapace di fare previsioni. Dall’altro lato i limiti, pur inevitabili, del metodo scientifico - limiti connaturati alla condizione umana - hanno visto nascere per reazione alcune «enclaves dissidenti», come le definiva l’antropologa inglese Mary Douglas. Esse rifiutano i vaccini (no-wax) e quanto il progresso della conoscenza mette a disposizione della comunità scientifica e di tutti noi. Da questa ambivalenza di fondo fra l’immagine di una scienza onnipotente e la messa in discussione delle sue evidenze - atteggiamento che ci riporterebbe addirittura all’adozione di talune pratiche magiche rivisitate - la pandemia di questi giorni costituisce un’occasione per riflettere sul significato del limite, sia nella scienza sia nella tecnica. Prendere atto che ci troviamo di fronte ad un pericolo sconosciuto, non previsto, contro il quale non siamo ancora in grado di predisporre antidoti efficaci, rappresenta uno scandalo per la società securitaria fondata sul principio della sicurezza totale, assoluta.

Stessa considerazione vale per i recenti crolli di infrastrutture stradali e autostradali, costruite negli anni Settanta del secolo scorso sulla base dell’assioma tecnicistico (onnipotenza della tecnica) che il calcestruzzo precompresso sarebbe stato un materiale indistruttibile. Anche in questi casi lo scandalo per la società securitaria è dato dal dover constatare la dissoluzione di un mito e dal confronto umiliante con alcuni saperi tradizionali. Quei saperi, artefici di manufatti duraturi, che ci consentono di transitare ancora su ponti e strade costruiti nell’Antichità e nel Medioevo. Viene allora spontaneo chiederci provocatoriamente: il “Sapere” - universale e scientificamente sorvegliato - ha ucciso i “saperi” tradizionali legati a concreti vissuti di esperienza? Lasciamo ai posteri l’ardua sentenza! Un altro spunto su cui meditare in questi giorni di clausura forzata, da dedicare possibilmente a buone letture, riguarda le analisi condotte dal demografo inglese Robert Malthus.

Nell’affrontare il tema del rapporto fra popolazione e risorse, ivi comprese le grandi calamità, egli affermava («Saggio sui principi della popolazione» - 1798) che, mentre le risorse economiche crescono in proporzione aritmetica, la popolazione cresce in progressione geometrica. Ciò determinerebbe un incremento demografico incontrollato che metterebbe in moto “meccanismi repressivi” innescati sia dalla potenza della natura (carestie, epidemie, pandemie), sia da scelte politico-militari (guerre). A tali meccanismi repressivi alcune popolazioni avrebbero reagito, secondo il demografo inglese, mediante il ricorso a “meccanismi prudenziali” (pianificazione demografica, controllo della natalità, razionale impiego delle risorse).

Gli antropologi che hanno studiato il funzionamento delle comunità alpine d’alta quota osservano come già nel basso Medioevo, ai tempi del grande dissodamento rurale, molte di quelle comunità (soprattutto i Walser e altri popoli alpini) avessero messo in atto meccanismi prudenziali di regolazione demografica per meglio garantire nel tempo la disponibilità delle scarse risorse della montagna. Ancora a proposito del rapporto fra ambienti montani e diffusione di epidemie lo stesso Malthus annota, nel suo menzionato saggio del 1798 e sulla base di precedenti studi risalenti al 1764, la grande longevità degli abitanti del villaggio di Leysin nel Cantone svizzero di Vaud.

Il piccolo paese (1250 m di altitudine), molto decentrato rispetto alle principali vie di comunicazione, sarebbe rimasto nel corso dei secoli pressoché immune dai contagi delle grandi epidemie di peste del 1300 e del 1600 fino alla grande diffusione della tubercolosi nel XIX secolo. Il vecchio Malthus non avrebbe mai immaginato che questa sua annotazione avrebbe fatto la fortuna, in chiave salutistica, delle Alpi svizzere in quanto, proprio in questo paesino, nasceranno i primi sanatori per la cura della tisi. Chissà se, nell’attuale emergenza da Covid-19, il villaggio alpino di Leysin riuscirà ancora a mantenersi all’altezza della sua fama malthusiana.

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