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Cosa vuol dire restare a casa

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Ma cosa vuol dire stare a casa? Vuol dire cento cose diverse. Tanto per cominciare non tutti hanno una casa. E poi le case sono differenti tra loro: un conto è starsene in una bella casa.

Una casa con molte stanze, due bagni e il giardino. Altro è stare stretti con nonni e figli, che magari hanno necessità speciali e richiedono assistenza. Per non dire di chi invece vive da solo: sono molti e hanno problemi opposti. E ancora, una cosa è stare a casa e godersela, in tutta libertà. Altro è doverci rimanere agli arresti domiciliari. Murati vivi come gli intelligentissimi partecipanti al reality show Grande Fratello. Ma gratis. Anzi, in netta perdita economica, visto che non si lavora.

Dunque si fa presto a dire state a casa. Figli scatenati da domare, vicini rumorosi, mariti che si danno al bricolage e si fanno male. Mogli nervose che malsopportano i coniugi tra i piedi. Abitudini che cozzano, diversi standard di pulizia, si sta scalzi o con le pantofole, le gambe su o giù dal tavolino davanti alla tivù, i piatti da lavare subito o più tardi, a che ora vanno a dormire i bambini?, eccetera. E poi, più seriamente, c’è il rischio di un incremento della violenza domestica, come ha fatto notare in questi giorni la rete delle donne, a partire dal Centro antiviolenza di Bologna. Perché, si sa, tra le mura di casa si consumano meravigliosi amori ma anche molti drammi dovuti alla gelosia, alle frustrazioni, al consumo di alcol come comportamento compensatorio.

Domi manere convenit felicibus, dicevano gli antichi romani. Le persone felici stanno a casa. O anche viceversa, le persone che stanno a casa sono felici. Be’ forse non tutte, perché altrimenti l’impero romano sarebbe stato fondato da poveri infelici, e magari è andata proprio così. Neppure l’idea che abbiamo della casa è la stessa per tutti. Ci sono culture più aperte alla vita di strada, tipicamente al Sud, e ci sono culture che, per ragioni climatiche, dentro casa ricreano un microcosmo attrezzato con ogni comfort. Ci sono cose che si possono fare soltanto fuori casa. Per dire, i primi missionari tra gli indios amazzonici insistevano per abolire le “case lunghe” dei nativi, temendo che la promiscuità facilitasse accoppiamenti sregolati. Presto però si resero conto che il posto degli appuntamenti amorosi non era affatto la casa, ma la foresta.

Nella storia della nostra civiltà c’è sempre stata una forte opposizione tra nomadi e sedentari: i primi sospetti, i secondi virtuosi. Tanto che ancora oggi chi è senza fissa dimora, oppure ha una casa sulle ruote, viene bollato come vagabondo, zingaro, bighellone. Da parte di Sinti e Rom, per converso, chi vive intrappolato tra quattro mura di cemento deve avere qualche rotella che non va. E così la pensava anche Tuiavii, grande capo delle isole Samoa. Tuiavii avrebbe fatto parte di una delegazione polinesiana in visita in Europa verso i primi del Novecento; rimasto impressionato, elaborò una serie di discorsi nei quali descrive le bizzarrie del Papalagi, che nella lingua samoana significa uomo bianco. Ebbene, a prescindere dal fatto che si tratta di un divertente quanto istruttivo fake letterario (il vero autore era lo scrittore Erich Scheurmann, amico di Hermann Hesse, che viaggiò in Polinesia per fuggire dagli orrori della prima guerra mondiale) in quella antropologia alla rovescia le scarpe sono “barchette di mucca”, e le case sono i “cassoni di pietra” dove quei pazzi di uomini bianchi la sera vanno a dormire.

Anche se tradizionalmente l’uomo è il bread winner, come dicono gli inglesi, cioè il procacciatore del pane quotidiano, gli assetti lavorativi, sociali e famigliari sono molto cambiati, naturalmente. Rimane comunque un bel lavoro da fare sulle nostre categorie, dello stare e dell’andare, sui ruoli e sui rapporti tra i sessi. Su quella che qualcuno chiama famiglia funzionale, distinguendola dalle famiglie stressate e disfunzionali. Ohibò, come se la famiglia avesse l’unico scopo di funzionare, da ben oliato meccanismo, e non quello di sprigionare amore. Chissà cosa direbbe il grande capo Tuiavii dei pareri psicologici, che oggi abbondano in rete, su come resistere alla terribile prova di coabitazione forzata, tra persone che in teoria vivono sotto lo stesso tetto perché si amano.

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