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La politica cominci a pensare al "dopo"

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Ho molto apprezzato e condiviso l’articolo di Paolo Piccoli. Ha descritto bene il profilo dei valori comuni che devono tenere unito il Trentino anche in questo passaggio drammatico. Ed ha richiamato il ruolo della Politica che, in un momento come questo, deve essere all’altezza di due urgenti necessità.

La prima, appunto, è quella di cui ha scritto Paolo Piccoli: rafforzare lo spirito di Comunità e rendere esplicito (anche nelle misure concrete e nei comportamenti a fronte della emergenza) il senso di un destino comune entro il quale non può che collocarsi il destino dei singoli. È il primo essenziale banco di prova per una Comunità Autonoma in un situazione di crisi.

Questo richiamo è tanto più importante se consideriamo che il Trentino affronta questa crisi in una condizione già delicata di trasformazione e anche di fragilità di alcuni suoi pilastri fondativi. Pensiamo alla fase incerta e precaria della Cooperazione; alla crisi di governance di importanti realtà finanziarie come Itas; alle incertezze che gravano sul mondo vitale del Terzo Settore e del Volontariato; alle difficoltà della rete dei Municipi; al limbo nel quale vive la dimensione istituzionale dei territori di valle. Sono presìdi essenziali di quel tessuto connettivo al quale fa riferimento Paolo Piccoli e nel quale storicamente i trentini - sopratutto nei momenti di difficoltà - hanno imparato a coniugare il termine “io” con il termine “noi”, dando così corpo a quella “costituzione materiale” senza la quale i nostri Statuti di Autonomia perdono anima e forza.

C’è però anche una seconda urgente necessità alla quale la Politica non può abdicare: accompagnare la Comunità verso paradigmi nuovi e inediti.

Si sta assieme non solo se “ci si vuole bene” (cosa fondamentale), ma anche se si percepisce che la “comunità di destino” ha una meta, una direzione di marcia, una rotta convincente di fronte ai territori inesplorati.

È anche su questo piano che la “Politica” misurerà la sua attitudine alla guida della comunità e l’Autonomia testerà il suo carisma democratico e popolare. Occorreranno soluzioni nuove ed inedite da molti punti di vista. Occorrerà investire su ciò che veramente conta per ripartire: in primis conoscenza, formazione, ricerca, organizzazione dei servizi. Occorrerà elaborare nuovi paradigmi economici e nuove forme di coesione sociale; cogliere questa crisi per rivedere il nostro rapporto con l’ambiente; ridefinire un patto tra le generazioni.

Occorrerà rinverdire i meccanismi della partecipazione democratica e della responsabilità comunitaria. E dare il nostro contributo - da Terra di confine - profondamente intrisa di spirito europeo - per evitare che le ricadute psicologiche e culturali del Coronavirus producano ancor più domanda di chiusura e di (illusoria) protezione nazionalistica anzi che, come pare necessario, nuove e coraggiose scelte di presidio politico della dimensione europea e globale. Mentre si affronta questa drammatica emergenza - speriamo con lo spirito unitario e solidale richiesto dal Capo dello Stato - pensiamo già subito, appunto, ad un “dopo” che però deve cominciare, nelle nostre coscienze, già ora.
Un “dopo” che interroga in maniera inedita ogni cittadino ed ogni cultura politica.

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