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Un nuovo incontro alle Comunali

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Ci sono molte buone ragioni per sostenere Ianeselli, Valduga e Caramaschi come candidati sindaci di Trento, Rovereto e Bolzano.
Queste tre candidature, seppur nelle diversità, esprimono un comune filo conduttore.

Il filo comune è la ricerca di un “nuovo incontro” tra forze di diversa ispirazione e radice per progettare un nuovo ciclo della nostra Autonomia. Non è un caso che ciò parta dalle città, che ne costituiscono il “cuore urbano” ma che sempre si sono sentite in forte simbiosi con il territorio dei due Land.
In Trentino e in Alto Adige-Süd Tirol abbiamo bisogno di visione e di spirito unitario di Comunità. Il fallimento del percorso di riforma dello Statuto di Autonomia registrato nella scorsa legislatura è un campanello di allarme che nessuno può trascurare.

I due Land (le due Comunità Autonome) sono alle prese con cambiamenti epocali che possono anche minare alla radice la forza e la legittimazione sostanziale della loro Speciale Autonomia. Sono cambiamenti “esterni”, certamente, ma anche “interni”, dovuti alla modificazione culturale, sociale e antropologica delle proprie comunità.

L’architettura della società che ha prodotto la nostra Autonomia non è più la stessa. Lo vediamo di più in Trentino, ma non mancano segnali evidenti anche in Alto Adige-Süd Tirol.
Le città, da sempre nella storia, hanno una missione importante: elaborare le trasformazioni e trovare nuove vie che possano portare i valori della tradizione negli scenari del tempo che cambia.
Hanno la missione che Italo Calvino descrive alla fine del suo capolavoro (Le città invisibili), rispondendo all’Imperatore dei Tartari che vedeva, nel suo orizzonte, il solo approdo alla «città infernale» (allocuzione che oggi noi possiamo riferire alla diffusa e radicata paura del futuro che si annida anche nelle pieghe delle nostre Comunità).

Scrive Calvino: «Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione ed apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo durare e dargli spazio».
Trento, Rovereto e Bolzano - con Franco Ianeselli, Francesco Valduga e Renzo Caramaschi - hanno tutte le risorse umane e politiche per guidare una fase che porti a riscoprire e perseguire al meglio questa missione.
Dimostrare che «l’inferno del cambiamento», che ci pervade, con tutte le sue paure e le sue insidie, può essere vissuto senza «diventarne parte» (cioè senza accettare il suo carico di odio, di chiusura, di ostilità verso il nemico di turno) ma dando spazio alle molte positività che le nostre società producono e ai valori di Comunità che sempre ci hanno aiutato nei momenti difficili che abbiamo attraversato e superato.
Trento ha la missione di aprire piste di innovazione culturale, sociale ed economica necessarie per accompagnare il Trentino verso la nuova società digitale globale, senza omologazioni e senza cedimenti. Per questo, il suo essere “capoluogo” va molto oltre la dimensione amministrativa ed assume il segno di una “leadership di servizio”. Trento è “città alpina”, non metropolitana: il suo futuro è il futuro del territorio che ci sta attorno. Un territorio di valli e di montagna che, per evitare una nuova stagione di marginalità, deve poter contare sul un forte, autorevole, dinamico presidio urbano. Rovereto ha la missione di cucire una nuova idea di “confine a sud”. Confine ovviamente nella nuova cifra del nostro tempo: scambio e interazione. Un ponte con Venezia, secondo la sua antica storia. Un ponte di cultura e di interessi anche economici, improntato a spirito di apertura internazionale e non a congetture di bottega. Insomma, più Marco Polo (che era bottega ma molto altro) che Valdastico.

Bolzano ha la missione di essere sempre più città cardine di una Autonomia capace di completare la transizione dalla sola radice “etnica” a quella più compitamente “territoriale e plurale”. Una transizione che Arno Kompatscher dimostra di avvertire fino in fondo come necessità, nell’interesse di tutti i gruppi linguistici, ma che deve trovare nella classe dirigente di lingua italiana interlocutori credibili e coraggiosi, come è stato in passato con Alcide Berloffa, Giorgio Pasquali, Giancarlo Bolognini, Giovanni Salghetti, Luigi Spagnolli. Penso che Renzo Caramaschi, con la sua peculiare attitudine tecnica che si sta facendo pienamente politica, si muova nello stesso prezioso solco.

Per questo, il “nuovo incontro” tra le culture politiche popolari, riformiste, liberal-democratiche e autonomiste, innervato dall’apporto “civico” di persone e movimenti slegati dai partiti tradizionali ma desiderosi di portare il proprio contributo contro la deriva del sovranismo (versione aggiornata dello statalismo e del nazionalismo, micro o macro che sia), può essere un buon punto di partenza per le tre città ma anche per le nostre due Comunità Autonome. Ciascuna delle tre ha una missione peculiare, ma assieme possono dare un contributo determinante al futuro delle nostre Autonomie.

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