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Medicina, il pericolo scampato

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Vorrei fare alcune osservazioni sulla questione facoltà (scuola) di medicina e su cosa sarebbe potuto accadere se la nostra Università di Trento non avesse reagito prontamente e con saggezza alle pericolose fughe in avanti del presidente della Provincia.

Le faccio solo ora, quando per fortuna è ormai chiaro che sarà l’Università di Trento a fare domanda di accreditamento al ministero per la facoltà di Medicina. Abbiamo però corso il serio rischio che a farlo fosse invece un’altra università, quella di Padova.

Una premessa: posso affermare di essere stato informato a suo tempo che la nostra Azienda sanitaria e la nostra Università fin dall’autunno 2018 stavano verificando se fosse possibile, attraverso una collaborazione con l’università Humanitas di Milano, l’istituzione di una scuola di medicina (con insegnamenti in inglese) con l’obiettivo di valorizzare i nostri ospedali e i nostri istituti di ricerca al fine di offrire maggiori opportunità formative a giovani laureati in medicina, trentini e non, per dare una possibile risposta al problema della carenza di medici.
Insediatasi poi la nuova giunta provinciale Università e Azienda la informavano ovviamente di quanto si stava già facendo.

Dopo qualche settimana il presidente Fugatti, senza dire nulla alla nostra Università e dopo aver contattato l’Università di Padova (sempre senza informare UniTn) usciva con una intervista in cui prefigurava una facoltà di medicina a Trento affidata alla prestigiosa (indiscutibile) università di Padova. Qui sta il punto ed è qui che si materializza la pericolosissima fuga in avanti di Fugatti.

Non interessa in questa sede discutere se sia meglio Padova, Verona, altre università o tutte insieme, non rileva in questa sede discutere se avere una facoltà da sola darà o meno risposte concrete alla carenza di medici (qualche dubbio in proposito è stato peraltro espresso da ben più autorevoli soggetti interessati).
Ciò che qui si vuole far rilevare è la totale mancanza di cultura dell’autonomia che sta alla base della scelta di chiedere ad una qualsiasi altra università che non sia quella di Trento di venire in Trentino ad istituire una facoltà.
Se questo accadesse in un qualsiasi regione ordinaria sarebbe già grave. Sarebbe già incomprensibile e in sè uno sgarbo.

Ma se questo accade, ed è accaduto purtroppo, in una Provincia autonoma come la nostra che ha per sua lungimirante e autonomistica iniziativa istituito l’Università (citare il solo nome di Bruno Kessler ci aiuta a comprendere cosa questo abbia significato) e che per sua iniziativa l’ha poi legata indissolubilmente al territorio trentino anche dal punto di vista giuridico/ istituzionale attraverso la delega di funzioni così acquisita e gli accordi che regolano i rapporti tra Provincia autonoma e la stessa università, c’è molto di più.

C’è un grave e pericoloso vulnus alla nostra autonomia speciale e alle sue competenze, nell’ambito delle quali la delega sull’Università costituisce un elemento fondamentale, che rende il nostro ateneo anch’esso “speciale” in quanto “pienamente statale” ma al tempo stesso “provinciale” per quanto riguarda condivisione della programmazione e finanziamento. Uno status unico in Italia che ha consentito ad un territorio piccolo come il nostro di avere un’Università di altissimo livello.
È in questo senso che allora si comprende (mi auguro) la gravità di quanto accaduto, nel momento in cui si è pensato di affidare ad altra Università l’istituzione di una nuova facoltà. Uno schiaffo a tutto il faticoso percorso di costruzione e radicamento di un ateneo trentino “particolare” e invidiato da tutta Italia. Come dire che la faticosamente conquistata delega sull’Università (che si fonda sulla presenza di un ateneo trentino) non ci interessa, non è considerata strategica. Come se avere la delega significasse solo finanziare.

In effetti così si pensava di fare: affidare tutto a Padova e finanziare (magari presenziando poi alla laurea del primo studente “sfornato” dalla nuova facoltà).
Per fortuna la nostra Università, il suo rettore, il suo presidente e praticamente tutto il corpo accademico hanno saputo reagire con vigore, ma anche con moderazione e saggezza. Lo hanno fatto perché hanno percepito che era in pericolo l’autonomia dell’Università di Trento (di ogni università) rispetto alla politica e all’amministrazione, ma lo hanno fatto anche per difendere e valorizzare il particolare “status”del nostro ateneo.

Credo che il Trentino debba essere loro grato, perché oltre che agire per il bene della loro istituzione hanno evitato un infausto e pericoloso arretramento dell’autonomia speciale del Trentino.
Speriamo che quanto accaduto serva di lezione e che la fretta di “intestarsi” iniziative più o meno meritorie non sia in futuro ancora cattiva consigliera. L’autonomia speciale è un gioiello bellissimo ma anche molto delicato ed ha scritto sul suo cartellino: maneggiare con cura!

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