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Shoah, una memoria che va coltivata

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Ora che anche Pietro Terracina si è recato Altrove e che, per ragioni anagrafiche, il numero degli ultimi Testimoni si assottiglia ancora, più forte va avvertito il dovere di ricordare e trasmettere, nella consapevolezza che la narrazione dei “Salvati” contiene in sé il significato profondo della Shoah; un significato raccolto dentro tre caratteri fondamentali: il trauma, la memoria ed il processo storico.

Il trauma è quello della fulminea ed imprevedibile rottura della storia dell’ebraismo europeo nei secoli. Certamente connotato da persecuzioni cicliche, ma anche dall’emancipazione, dall’integrazione socio-economica e dall’assimilazione culturale, l’ebraismo ha infatti respirato l’Europa ed ha contribuito al suo formarsi, per trovarsi poi d’improvviso gettato in una voragine senza fondo.
La memoria di quel trauma è stata per anni silente e seguita da bruschi risvegli che hanno spinto i Sopravvissuti ad esplorare nuovamente il loro dolore, attraverso un racconto auspicabilmente capace di contribuire a prevenire ogni nuovo rischio e questo è stato il senso dell’impegno prezioso di Terracina, come di Shlomo Venezia, di Liliana Segre ed altri.

Il processo storico che precede la Shoah, segnato dalle stigmate del primo conflitto mondiale e dalla più vasta crisi che travolge e trasforma l’Europa nel periodo ricompreso fra le due guerre mondiali, è l’incubatoio vero del male che si realizza durante un breve arco temporale. Nata infatti dalla progressiva fusione di radicalizzazione ideologica, di pianificazione logistica e di innovazione tecnologica e delle pulsioni sterminatrici di ideologie legate ad una “visione razziale” del mondo, la Shoah si sviluppa attraverso due fondamentali elementi: le tappe ed i protagonisti

Le prime, a ben vedere, non sono poi molte. Mentre in Germania si parte dalla definizione razziale codificata nella raccolta di norme note come “leggi di Norimberga” (1935) e dall’esproprio dei beni posseduti dagli ebrei tedeschi attraverso le misure di “arianizzazione dell’economia” (1938), per giungere poi alla concentrazione nei ghetti creati ad est dopo lo scoppio del conflitto (1939-1940) ed, infine, all’avvio dello sterminio di massa (1941) ed alla “soluzione finale della questione ebraica”, definita con la Conferenza del Wannsee (gennaio 1942), in Italia il percorso è più breve, anche se parimenti terribile: dalle “leggi razziali” (1938) all’espulsione degli ebrei dal Paese (1939-1940), per arrivare, buon ultimo, alle retate ed alla consegna degli ebrei italiani alla persecuzione nazista (1943-1945).

I secondi, cioè i protagonisti, sono invece molti di più. Non solo i tedeschi nel ruolo di carnefici e gli ebrei in quello di vittime, ma anche gli “altri”, gli “ spettatori”, gli “astanti”, coloro che partecipano, collaborano, denunciano o rimangono comunque silenti ed immobili ad osservare. È questa somma di fattori che contribuisce a profilare l’unicità della Shoah ed a racchiuderla dentro l’assunto: «Hier ist kein warum!” - “Qui non c’è un perché!».

Una diffusa crisi economica, sociale, etica, valoriale e politica che produce il crollo progressivo del vecchio ordine liberale; le convulsioni politiche dei nazionalismi insoddisfatti; il tonfo dell’economia mondiale caratterizzato dal “venerdi nero” di Wall Street nel ’29 e la violenza figlia del portato della guerra, sommandosi fra loro, portano all’“apocalisse dei totalitarismi” nazifascisti sorti per rigenerare il mondo e la civiltà, forgiando per essi “l’uomo nuovo”. In questo contesto eliminare le minoranze diventa un passo ineludibile e fondamentale, perché è anzitutto sul piano biologico e razziale che si vuole rimodellare il vecchio continente e gli ebrei, con la loro storia condita di pregiudizi, contaminazioni e diaspore, vanno quindi epurati per primi.

I leader che propugnano tutto questo non vengono dalle èlites tradizionali, bensì dalle scorie di un sistema che si sta decomponendo: sono demagòghi nutriti di nazionalismo ed antisemitismo e discendono dal socialismo come Mussolini o sono tribuni e agitatori mestanti nel clima incandescente che loro stessi hanno creato, come nel caso, di Hitler. Attorno a sé, costoro radunano gruppi sempre più ampi di entusiasti che invocano “l’uomo forte” capace finalmente di riportare ordine, sviluppo, ricchezza e benessere, eliminando ogni impurità e fra esse gli ebrei che sono appunto la “summa” di ogni carattere negativo.
La Shoah non è quindi un incidente di percorso; una caratteristica del nazifascismo; una malattia che impesta la civiltà. Essa è figlia invece dell’Europa stessa e continua ad interrogare il presente. Questa è la lezione di uomini come Pietro Terracina; una lezione che sta a noi proseguire, per esorcizzare la profezia di Primo Levi: «Se è accaduto una volta, può accadere ancora!».

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