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Una montagna di retorica

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Ogni anno, l’11 dicembre, si celebra la Giornata della Montagna. A partire dal 2002, infatti, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha fissato questa data per ricordare l’importanza delle montagne del mondo, per richiamare l’urgenza della tutela e preservazione del loro ambiente naturale riservando anche la giusta attenzione alle comunità che vivono in questi territori difficili.

Il compito di promuoverne i contenuti era stato affidato all’Agenzia FAO.
Per chi ama la montagna e i suoi abitanti ed ha a cuore i suoi destini, questa scelta era stata salutata con grande entusiasmo. Ricordo il Congresso organizzato in quell’anno e che vide la partecipazione di esperti di tutti i Paesi. Anche a livello nazionale, data la conformazione fisica dell’Italia a prevalenza montuosa con quasi tutto il versante sud delle Alpi e l’intera dorsale appenninica, erano state intraprese iniziative al riguardo. Vi erano, allora, molte aspettative di riscatto per le terre alte. Nel corso degli anni gli anniversari si sono susseguiti secondo la scansione del calendario. Ma, come in tutte le celebrazioni, vi è sempre il rischio che gli aspetti celebrativi e formali finiscano per prevalere su quelli sostanziali. Anche quest’anno 2019 si ripeterà l’evento all’insegna del tema proposto dal titolo: «I giovani hanno a cuore la montagna».

Un aspetto di grande rilevanza se vogliamo che le giovani generazioni assumano il testimone per portare avanti una battaglia di civiltà e di etica ambientale e sociale. Le montagne, si sa, sono territori fragili che, per effetto dei cambiamenti naturali o di quelli indotti dalle attività umane, sono i più esposti ad azioni di degrado e di rischio ambientale. Se vogliamo fare il punto sulla situazione italiana, dove l’importanza della montagna è richiamata all’art. 44 della Costituzione della Repubblica, la situazione non appare del tutto rosea. Riguardo all’interesse per la montagna dobbiamo certamente registrare il crescere di un bisogno di «montanità» nell’opinione pubblica e fra i giovani. Significativo è il dato - statisticamente documentato dal CENSIS - secondo cui, ad iniziare dall’anno 2005, si è registrata una certa voglia di ritorno alle terre alte. Essa si può riscontrare nella volontà di operare produttivamente in montagna facendone luogo di una nuova residenzialità e di nuove attività sia di tipo tradizionale agro-pastorale rivisitate in chiave innovativa, sia di quelle legate al terziario avanzato reso possibile dalle tecnologie digitali. Tuttavia permane sullo sfondo una percezione ed una rappresentazione della montagna che risente ancora di un’impostazione culturale cittadina legata a forme di idealizzazione che con la montagna reale hanno ben poco da spartire.

Giustamente l’Assemblea delle Nazioni Unite e la FAO fanno riferimento alle comunità che vivono, in forma sempre più residuale, nelle terre alte. Ma in questi anni che cosa si è fatto veramente per le genti della montagna? Anche in Italia vi sono stati interventi legislativi nella direzione di un rilancio dell’economia del monte. Con il pretesto della inutilità di qualche Comunità montana situata in località che di montano non aveva pressoché nulla o di contribuire illusoriamente alla revisione della spesa pubblica, si sono cancellate le Comunità montane che, meglio di niente e a basso costo, avevano un ruolo in alcune valli alpine ed appenniniche. I risultati non sono stati affatto incoraggianti. Spesso si pensa alla montagna come spazio ludico da frequentare nei fine settimana e durante le vacanze estive e/o invernali oppure ad un ambiente naturale che si vorrebbe ricondurre alla selvaticità. Da un lato la ricerca del «divertissement» consumistico senza limite, dall’altro l’apologia del «deserto verde».

Chi sa leggere fra le righe ha talvolta l’impressione che, dietro a certe politiche - più “ecologiste” (ideologiche) che “ecologiche” (scientifiche) - si nasconda una qualche volontà, non esplicitamente dichiarata, di liberare la montagna dalle comunità che la abitano per fare spazio ad una presunta “natura incontaminata”. Certamente, per talune lobby, una montagna disabitata farebbe molto comodo. Eliminerebbe i contenziosi con le comunità locali, favorirebbe il controllo e lo sfruttamento delle risorse strategiche come l’acqua o il legame. I punti cardine per il rilancio della vita in montagna e di contrasto allo spopolamento sono, infatti, il rafforzamento dei presidi scolastici, di quelli sanitari ed il potenziamento della mobilità alternativa mediante il rilancio del trasporto pubblico. Gli abitanti della montagna, che ogni giorno devono fare i conti con la “montagna reale” - non con quella enfatizzata da alcune realtà associazionistiche (non tutte, ovviamente!) - si trovano a svolgere funzioni che oserei definire “eroiche”.

Come i contadini e gli allevatori/alpicoltori che devono confrontarsi con le difficoltà create loro dall’incremento dei grandi predatori nella stagione dell’alpeggio, spesso rassicurati da chi dell’alpeggio e della cultura della malga ha un’idea fantasiosa sul modello del «mito di Heidi». Se non si affrontano questi problemi si fa soltanto della facile “retorica della montagna” che, come ogni esercizio retorico, nasconde i problemi reali del vissuto quotidiano. Per avviare una vera cultura della montagna, occorre liberare l’immaginario da logori stereotipi e lavorare per la montagna sia sotto il profilo della difesa dell’ambiente naturale, in ottica realistica e non idealistica, sia per una riqualificazione del paesaggio culturale dove le comunità hanno costruito il loro «spazio di vita».

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