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Clima, il Trentino sta facendo poco

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«Le cose si metteranno molto male, ma forse non troppo presto e forse non per tutti. Forse non per me». Così lo scrittore Franzen descrive l’atteggiamento comune riguardo la minaccia climatica che incombe sul pianeta. E penso che in Trentino sia un atteggiamento anche motivato. Certo c’è stata Vaia, ma si spera sia stata prodotta da un insieme di circostanze che si auspicano irripetibili.

Il Trentino ha ancora un territorio che regge, riesce a produrre energia idroelettrica, la viticoltura e la frutticoltura cimici a parte è di buona qualità, riesce a innevare artificialmente quando non nevica e il turismo invernale va bene come pure quello estivo, anche perché quando è troppo caldo è più facile che si scelga la montagna.
Perché allora preoccuparsi? Perché inserire nell’agenda politica obiettivi, riduzione delle emissioni, dei consumi energetici e dell’acqua, della plastica... che non sono certamente produttivi di consenso elettorale. Perché una cosa è preoccuparsi del futuro del pianeta e un’altra è incominciare a fare qualcosa.

La Lega che governa il Trentino interpreta bene questo rinvio di ogni responsabilità e non solo non inserisce tra gli obiettivi la riduzione dell’impronta dei trentini nel pianeta, mostra fastidio per gli allarmismi sul clima e se il Trentino l’avesse riaprirebbe pure le miniere di carbone. In fondo il cielo è limpido e azzurro, le stagioni se non si alternano come una volta comunque assicurano le stagioni turistiche. Mica siamo messi male come altre parti del pianeta e analogo ragionamento lo fanno buona parte dei politici che hanno responsabilità di governo nel nostro bel paese e i negazionisti ad ogni latitudine.

Certo nei documenti due parole sull’ambiente, il paesaggio, la qualità dell’aria e delle acque, si mettono sempre. Certo vanno sostenute le fonti energetiche rinnovabili, la mobilità elettrica, il green, l’eco... ma intanto avanti con sviluppo e consumi come se appunto la cosa non ci riguardasse, non qui, non ora, non noi.

E infatti non ci sono limiti nel riaprire la discussione sull’ampliamento delle aree sciabili malgrado la sparizione dei ghiacciai, né nel moltiplicare le deroghe urbanistiche per assicurare hotel a cinquestelle e lussuosi agritur con wellness per elevare l’appetibilità internazionale del nostro territorio.

Ed ecco che si annunciano i fondi per l’elettrificazione della ferrovia della Valsugana, ma anche quelli per completare le quattro corsie della superstrada; ed ecco che è pronto l’interramento della ferrovia a Trento e gli studi per la ferrovia delle Dolomiti o per collegare il Garda alla Vallagarina, ma anche i progetti per completare la Valdastico e per assicurare una tangenziale a Rovereto...
E si litiga sul fondo della A22 per la ferrovia del Brennero ma anche per la terza corsia, mentre, dopo 15 anni, gli stessi tecnici che assecondano i capricci della politica giustificando le capriole sui tracciati per lo sviluppo della ferrovia, non hanno uno straccio di idea di cosa fare, di dove passare, lasciando la Vallagarina e la Rotaliana al proprio presente, negando palesemente qualsiasi reale volontà di puntare sulla ferrovia per trasferire il trasporto delle merci su gomma.

Ed ecco che senza vergogna alcuna, anzi pure con orgoglio, i nostri amministratori provinciali e pure, ahimè, i nostri sindaci del Garda e del Baldo si recano dai nostri vicini veneti che oltre a issare la bandiera sulla Marmolada vogliono lo sbocco delle merci vicentine con la Valdastico e dei turisti sul Garda con un nuova strada. Discutono dell’inserimento del Baldo tra i beni ambientali patrimonio dell’Umanità a tutela Unesco, visto evidentemente come puro marchio di promozione turistica non certamente come strumento di tutela, e discutono pure della assurda idea di realizzare un collegamento diretto tra Avio e il lago di Garda con un tunnel. Così tranquilli senza arrossire, come se contribuire alla trasformazione antropocentrica del nostro delicato territorio, senza peraltro alcun fabbisogno occupazionale o economico che hanno i diecimila occupati delle acciaierie di Taranto fosse un legittimo esercizio di potestà locali.

Inutile dire ai nostri ragazzi che fanno bene a preoccuparsi del pianeta, che anzi sono pure giustificati se non vanno a scuola per protestare, se nel frattempo non ci preoccupiamo minimamente delle nostre responsabilità.

Allora ha ragione Franzen a pensare che se è cambiato poco fino ad ora e in qualche caso pure in peggio, sia giusto essere pessimisti e non solo verso chi guida le sorti del pianeta. Siamo lontani dal fare il necessario e difficilmente la natura umana cambierà presto in modo sostanziale.

Ed è un peccato, e una colpa, perché il Trentino ha tutte le chance per contribuire con l’esempio di un territorio che sa prendersi cura del proprio ambiente e pensare al futuro riducendo la propria impronta, liberandosi dai carburanti fossili, praticando una mobilità veramente sostenibile, raggiungendo l’efficienza energetica, usando al meglio le risorse naturali, disoccupando il territorio e liberando bellezza.
Un peccato mortale.

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