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Festival dello Sport: il prossimo? Sulla sconfitta

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Il Festival dello Sport ha fatto di Trento un incubatore di fenomeni al limite del miracoloso, una sorta di “Arcadia” del mondo moderno. Cose impensabili nelle giornate ordinarie, sotto i benefici influssi portati da “mamma Gazzetta” sono accadute. Buttiamo lì qualche esempio: la gente in coda ore (muta e buona) per ascoltare questo o quel campione.

I ristoranti aperti e pronti a servirti anche dopo le 14. I giardini di Piazza Dante animati dalle corse e dai sorrisi dei bambini sotto gli occhi distesi di mamma e papà.

Nei giorni del Festival dello Sport l’educazione, la pazienza e l’accoglienza date da tempo per disperse, come per incanto sono riapparse. Tutto ha funzionato, gli orari sono stati rispettati, migliaia di persone hanno sciamato civilmente da un punto all’altro della città usando pure - udite udite - le proprie gambe con volti luminosi, sorridenti, rilassati. Fra loro moltissimi ragazzi e ragazze: bello incrociare i loro sguardi per una volta «in libera uscita» dai  telefonini, radiosi e non apatici. Visioni idilliache, di scorci di mondo sempre più rari da trovare, soprattutto in contesti urbani.

Ma è davvero tutto merito della Gazzetta? Davvero un evento, per quanto ricco di bei contenuti e personaggi percepiti come semi-divinità dalla gente, è in grado di sortire tutto questo?

In parte sì - sentirsi dentro un bell’evento e con “bella” gente intorno probabilmente aiuta a sentirsi persone migliori - ma a ben guardare la risposta potrebbe essere ancora più semplice e positivamente sconvolgente: il volere di ciascun singolo è potere rispetto ad abitudini poco commendevoli che troppo sbrigativamente in giorni “normali” non si fa nulla per cambiare.

Quante volte si sente dire: «Una corsetta? Un giretto in bici? Due vasche in piscina? Le farei volentieri, ma non ho tempo». Eppure migliaia e migliaia sono state le persone che hanno trovato 3-4 ore per stare in fila per sentire altri parlare di sport per un’altra ora, ora e mezza. E che bravi in fila: altro che le «smadonne» per 10 minuti di attesa alle Poste o in altri uffici: per il Festival dello Sport neanche un plissé, neanche sapendo preventivamente che da un certo punto della fila in poi le probabilità di dover tornare a casa o ripiegare su qualche altro appuntamento si avvicinavano pericolosamente al 100%.
E il tempo da dedicare ai figli? «Magari averne, purtroppo lavoro...». Eh certo, però per vedere il Grande Milan di Sacchi, Baresi, Rijkaard, Van Basten e Boban quanti papà hanno “costretto” a fare una delle suddette file a un figlio che degli imbattibili rossoneri ha solo ricordi di terza mano, intiepiditi (forse...) da qualche filmato visto su Internet? Anche in questo caso è questione di volontà: se si vuole, il tempo per stare insieme si trova...

«I ragazzi di oggi hanno la rabbia dentro: è per questo che non sanno star fermi in un’aula scolastica e rispondono male ai professori». Ah sì? Beh allora delle due l’una: o nei giorni scorsi nessuno di questi vivaci adolescenti era seduto al Teatro Sociale o all’Auditorium Santa Chiara come un bravo soldatino, rispettoso, quasi timoroso al cospetto di campioni e campionesse, oppure... anche in questo caso volere è potere. Così come, dopo quanto apprezzato nei giorni scorsi, non pare irraggiungibile l’obiettivo di avere il parco pubblico più importante della città, tutto l’anno a misura di famiglie e non solo per i Festival dello Sport e dell’Economia e nel periodo dei mercatini di Natale.
Il Festival dello Sport ha dimostrato che molti piccoli o grandi “miracoli” possono realizzarsi.

Certo, come già accennato ad agevolarli può aver contribuito l’effetto dopante del “salto in groppa ai vincitori”, quel sentirsi migliori succhiando con un selfie un po’ dell’aura dei campionissimi. Un artifizio psicologico su cui la Gazzetta dello Sport ha giocato con maestria assoluta, facendo sfoggio di geometrica potenza nella mobilitazione di campioni e campionesse e scegliendo senza vie di mezzo il mondo dei vincenti con titoli inequivocabili per i due Festival consegnati agli annali: «Record» e «Fenomeno, fenomeni».

Ma lo sport non è solo apice (e anch’esso a ben guardare avrebbe le sue ombre da indagare): nella sua funzione più sana è soprattutto base della piramide. Lì c’è la passione di educatori, allenatori e dirigenti sportivi e tante, tante sconfitte assieme a qualche vittoria. Lì chi ha fatto sport senza diventare un mito ha spesso trovato gli strumenti per costruirsi una vita equilibrata, con i giusti anticorpi per affrontarne alti e bassi.

E se il tema del prossimo Festival fosse proprio la sconfitta elevata a valore dello sport? Sarebbe intrigante, ma forse ci siamo fatti prendere troppo la mano con i miracoli. Accontentiamoci di quanto visto in questi giorni e speriamo che almeno una minima parte di quanto germogliato nei giorni scorsi, non muoia prima del prossimo Festival.

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