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Festival dello Sport: il coraggio delle visioni

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Quattro giorni di fenomeni. Di sport parlato e praticato. Di una città felice, che ha colto al volo l’occasione di vedere da vicino campioni del passato e di oggi, che di solito si ammirano solo in tv e sui social network e che si sono fermati a Trento per un talk, un’intervista o un’esibizione. Il Festival dello sport ha portato un bel carico di entusiasmo.

Lo hanno potuto vedere anche i più critici: Trento è stata davvero bella, per quattro giorni. Va bene, si dirà. E poi? Vale davvero la pena organizzare questi eventi? Cosa rimane? Nulla, dirà qualcuno. Tanto da lunedì la vita è tornata alla normalità, con la fatica di far incastrare gli impegni di tutti i giorni. Con buona pace dei campioni e degli organizzatori (ben pagati) di questo tipo di eventi.

Ma il Festival dello sport, alla pari del Festival dell’Economia che viene organizzato da 14 anni tra fine maggio e inizio giugno, è come un viaggio. Oppure come un corso di lingua straniera: si parte che si è una persona e si torna che si è qualcosa di diverso. Di migliore. Il viaggio ti cambia, ti plasma, ti arricchisce per sempre. Lo stesso effetto lo fanno queste occasioni, che permettono alla città di “respirare” un clima diverso. Quindi il Festival dello sport non è finito domenica, ma proseguirà a lungo nella testa e nel cuore di chi ha avuto l’idea di partecipare a qualche incontro, dando ascolto alla propria curiosità e alla voglia di conoscere.

C’è un filo che unisce la scelta di Trento quale sede del Festival dello sport al cammino intrapreso dalla città negli ultimi anni. Un percorso lungo e fortunato e che ha portato Trento in alto nel modo di vivere e di pensare, nella sua capacità di gestire i processi del mondo che cambia.

L’ha spiegato bene Diego Mosna, grande patron della Trentino volley, nell’intervista al nostro giornale. Diego Mosna sarà per sempre il “padre” dello sport di alto livello in Trentino: prima di lui, se si esclude una parentesi felice del calcio Trento, questo fecondissimo territorio all’ombra delle Dolomiti non era in grado nemmeno di sognare di poter giocare nei massimi campionati degli sport più popolari d’Italia. Diego Mosna questa “visione” invece ce l’ha avuta e di fatto non l’ha mai abbandonata: ha capito che Trento, spinta da una base di praticanti e di tifosi che non ha nulla da invidiare a città più grandi, poteva raggiungere il tetto d’Italia. E poi anche dell’Europa e del mondo. Certo, la “spinta” economica della Provincia è fondamentale, ma da sola non basta, se un territorio non è pronto a spiccare il salto in tutte le sue componenti.

Il concetto di “visione” Mosna l’ha utilizzato più volte, durante il Forum con la redazione sportiva dell’Adige. E “visione” è un concetto che lui stesso ha usato anche nel suo essere imprenditore: ci ha raccontato che le sue imprese praticamente non fanno nulla di ciò che producevano 10-12 anni fa, un periodo nel quale il mondo è stato stravolto dalla crisi economica e dalla nascita e dal rafforzamento di nuove economie. Insomma, chi si ferma è perduto. O ci si evolve o si muore, e ogni contributo che ci aiuti a cambiare in meglio - sia esso un viaggio, l’acquisizione di una nuova skill o la partecipazione a un Festival organizzato nella nostra città - vale oro.

E Trento è cambiata negli ultimi anni. Ha saputo aggiornarsi ed entrare in circuiti internazionali che sono fondamentali ma che fino a poco tempo fa facevano parte della visione solo di alcune menti illuminate. L’Università, la mobilità degli studenti, il turismo e lo sport hanno portato Trento a giocarsi un ruolo importante nella competizione internazionale.

A questo hanno contribuito anche altri progetti audaci come il Muse e soprattutto i collegamenti con l’estero tipici dell’Università, vero volano di apertura del Trentino. E ha contribuito anche l’impegno dell’amministrazione pubblica nel promuovere lo sport, pagando con cifre importanti i ritiri di alcune delle maggiori squadre italiane ed eventi come il Festival dello sport. Perché lo sport è una cosa terribilmente seria. Può essere strumento di propaganda e di promozione: in alcune zone d’Europa hanno sentito parlare di Trento per la prima volta quando nelle loro città è arrivata a giocare la Trentino volley, ad esempio.

Guai fermarsi con gli eventi internazionali e con le aperture di porte e finestre, quindi. Perché il Trentino merita di stare ai massimi livelli internazionali e di giocare le sfide più importanti tra territori. Merita di avere visioni per superare quel detto popolare per il quale una cosa fatta bene è comunque sufficiente per i trentini, che in qualche modo si devono accontentare. Andate a dirlo agli scienziati degli enti di ricerca della collina di Trento, dove lavorano eccellenze mondiali. Vi risponderanno che accontentarsi non basta più. Che bisogna osare. E avere una visione.

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