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Come creare più ricchezza

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Uno degli architravi della manovra finanziaria di un Paese, riguarda la distribuzione della ricchezza al suo interno. Ora, ad esempio, si parla molto di flat tax, una forma di distribuzione che risponde a precise scelte politiche. Quello che spesso manca è la visione d’insieme e di lungo periodo delle scelte che dovrebbero sottendere una manovra.

In altri termini, manca quasi completamente una visione di politica economica, per altro, forse assente anche in Europa. La Politica Economica rappresenta l’area delle grandi scelte dello sviluppo economico di lungo periodo ed è, quindi, incompatibile con la gestione del consenso di breve. L’attuale politica, tuttavia, richiede scelte in grado di dare un segnale concreto all’elettore anche nel brevissimo periodo e le eventuali conseguenze negative toccheranno a chi verrà dopo. La politica del nostro tempo vive sempre più nel presente e del presente: i primi mesi vanno spesi a criticare chi c’era prima, poi si gestisce il consenso nell’immediato e del futuro nessuno si interessa.
Il grande tema che il dibattito politico evita accuratamente, non vedendo l’elefante nella stanza, è il partire non dalla distribuzione di ricchezza, ma dalla sua creazione. Oggi infatti la distribuzione è vincolata dalla coperta corta: o sposto le stesse risorse da una parte all’altra, o si devono rompere gli schemi, rinunciando a distribuire ricchezza prodotta, limitandosi a distribuire solo risorse finanziarie, magari raccolte a debito. Ma per fare questo è necessario disattendere accordi internazionali liberamente sottoscritti dall’Italia e quindi risulta essere una via abbastanza complicata da seguire.

La creazione di ricchezza è fortemente legata alle scelte politiche, non solo di carattere economico, di un paese. L’attuale contesto è infatti caratterizzato da vincoli molti complessi, che richiederebbero scelte politiche importanti, ma con una prospettiva di lungo periodo. Prendiamo ad esempio l’andamento demografico, che determina una crescente presenza di persone anziane. Senza alcuna considerazione di carattere politico, questa situazione fa sì che le dinamiche del mercato interno non siano basate sul nuovo acquisto, ad esempio la prima casa delle giovani coppie, ma sulla sostituzione, ad esempio, della lavatrice: la persona anziana tendenzialmente ha già una o due case, arredate di tutto punto e quindi, in linea del tutto generale, o acquista beni di sostituzione, o servizi ma soprattutto è consumatore di servizi pubblici, previdenziali, sanitari e assistenziali.

Da un punto di vista macro-economico, in una sintesi brutale, produce poco e costa molto. Non è una critica, è solo una inevitabile constatazione: la persona anziana ha dato il suo contributo alla creazione della ricchezza nel passato, non deve crearne ora. Il problema è che i giovani, che devono costruirsi una vita e quindi il loro consumo creerebbe ricchezza, sono pochi e soprattutto privi di risorse, perché nella distribuzione della poca ricchezza non sono certo loro ad essere privilegiati. Dal punto di vista elettorale conta infatti molto di più la fascia degli over 55, i figli del baby boom degli anni ‘60, numericamente importanti e, quindi, è a loro che la politica di breve presta maggiormente attenzione.

La creazione di ricchezza è poi sempre meno legata alla spesa pubblica: il mondo occidentale si è sviluppato sull’applicazione delle politiche keynesiane, dove in caso di inefficienza del mercato, provvede lo stato a creare spesa pubblica, attraverso gli investimenti, anche finanziandola a debito. In ogni caso, il volano di un’economia che cresce, rende sostenibile questo debito. In un mondo che cresce meno, però, il debito diviene non sostenibile, nel senso che non lo si potrà mai ridurre e sarà già tanto se non aumentarlo.

Si pagano gli interessi e si restituiscono i debiti contraendo nuovo debito: è quello che stanno facendo i paesi occidentali. I paesi che generano più risorse di quelle che consumano sono pochi e quei pochi, come ad esempio la Germania, si guardano bene dal mettere a fattor comune il loro tesoretto per creare spesa pubblica e quindi riavviare il famoso volano di quell’economia nella quale ci siamo abituati a vivere. Tutto questo, da un punto di vista economico, è un non senso; rappresenta da un certo punto di vista i talenti della parabola evangelica messi sotto terra per proteggerli. Il problema di fondo è probabilmente un’assenza di fiducia tra membri dell’Unione Europea, il che rimanda ancora una volta ad una politica di breve e comunque debolissima.

L’ultima leva per la creazione di ricchezza rimangono allora gli investimenti privati, ma questi richiedono un insieme di condizioni che oggi non si vedono proprio: stabilità, clima favorevole all’impresa privata, crescita economica stabile (magari bassa, ma stabile). Si tratta di quegli ingredienti che determinano quell’ottimismo di fondo necessario a qualsiasi investimento. Diciamo che oggi, nella migliore delle ipotesi, l’imprenditore è già tanto se resiste: l’investimento oggi è il non chiudere o il non delocalizzare, non certo la crescita, salvo poche lodevoli eccezioni.

In definitiva non esistono oggi in Europa e soprattutto in Italia quelle condizioni per un percorso volto alla creazione di nuova ricchezza. Le conseguenze sono molto pericolose, perché il persistere nella mera distribuzione di risorse finanziarie a debito crea tensioni nel lungo periodo, fino a generare situazioni estreme. Si accusa l’Europa di rigidità, che sarà anche vero, ma nel contempo si rifiuta di affrontare il tema di una vera politica europea, riducendo così questa Istituzione di fatto ad una super-entità amministrativa. Non si affronta la questione demografica a tutto tondo. Si accusa l’Euro di essere la causa di tutti i nostri mali, ma non si propone una seria alternativa.

Eppure ci sarebbero molti possibili investimenti di sistema che potrebbero essere avviati sia a livello nazionale che internazionale. Mobilità e trasporti a basse emissioni, la riqualificazione del ciclo di creazione e consumo di energia, la ridefinizione di modelli di business sostenibili, la lotta al cambiamento climatico richiedono investimenti ingentissimi, che potrebbero creare un new-deal economico. Questi temi di ampio respiro però non si affrontano, non generano consenso di breve, anzi, lo intaccano perché obbligano tutti a mettersi in discussione. Si preferisce allora distribuire un po’ di risorse per rappezzare, ad esempio, i danni di Vaia, ma gli investimenti per fare in modo che Vaia non si ripeta in futuro non si prendono proprio in considerazione: sarà problema di chi dovrà subire una nuova Vaia in futuro...

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