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L'equilibrio dei poteri e l'onestà

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Nel suo editoriale il direttore Faustini tocca due temi fondamentali legati al potere. Da un lato la sua divisione, dall’altro la sua moralità. Non sono temi nuovi, ma si ripresentano con sfaccettature sempre diverse, e trovare soluzioni ai problemi è tanto difficile quanto necessario.

Una divisione assoluta dei poteri non si è mai data e non è neppure auspicabile. I poteri si devono controllare a vicenda, e possono farlo solo intersecandosi. Più della divisione, è essenziale l’equilibrio dei poteri. Che è una formula sempre in movimento, mai stabilizzata una volta per tutte.

Basti pensare, ad esempio, alla recentissima decisione della Corte di Giustizia dell’Unione europea che nega alle procure tedesche la possibilità di richiedere il mandato d’arresto europeo in quanto non sufficientemente indipendenti dal potere politico.

Il problema si pone quando la divisione dei poteri diventa concentrazione o confusione. Ed è quanto accade ormai da tempo tra legislativo ed esecutivo. I rapporti tra decisore ed esecutore si sono ribaltati, non solo in Italia: i governi decidono e i Parlamenti ratificano le decisioni. Le questioni che si pongono sono due. La prima è di ordine politico: è un problema, e se lo è, va affrontato? La seconda è di ordine tecnico: esistono strumenti per riparare il danno?

Certo è illusorio ipotizzare un ritorno alla centralità dei parlamenti in stile ottocentesco. Questi funzionavano in quanto espressione di un’élite borghese, che aveva potere di veto su decisioni di un’élite aristocratica. La legge era il frutto di un accordo tra élites, che escludeva il 98% della popolazione. Ma l’attuale ribaltamento di ruoli crea nuove difficoltà. In termini di rappresentanza (quanto rappresentativi sono i governi?), di responsabilità (chi è in grado di obbligarli a rispettare gli impegni?), di democraticità (se i poteri si confondono, chi tutela i diritti?). Strumenti per rimediare ce ne sono. Soprattutto la garanzia dei diritti delle opposizioni: veti, ricorso alla giustizia costituzionale, gestione di parte del calendario dei lavori, e molto altro. Ma si sa, dei diritti delle opposizioni ci si accorge solo quando si è all’opposizione. Quando si è in maggioranza diventano insopportabili vincoli burocratici.

La questione della moralità del potere, aggravata dalle insane commistioni che ciclicamente emergono, come nel caso Lotti-CSM, è ancora più delicata. Perché non la si può affrontare solo con strumenti giuridici. O meglio: esistono strumenti giuridici che la favoriscono o la sfavoriscono, ma in ultimo essa dipende dal grado di fiducia tra cittadini e pubblici poteri. Cittadini sfiduciati producono istituzioni di scarsa moralità, perché manca l’incentivo a dimostrare di meritare la fiducia. Ma istituzioni inefficienti e corrotte producono cittadini sfiduciati. E quando nessuno si fida più di nessuno si producono norme basate sulla sfiducia. Le leggi sono normalmente scritte pensando a come evitare che possano essere aggirate, non a come possano funzionare. E infatti non funzionano e producono ulteriore sfiducia.

Come uscire da questo circolo vizioso? Il lavoro è tremendamente complicato. E passa per diversi piani, a partire dall’educazione. Ma un primo esercizio che possiamo fare tutti, senza bisogno di imposizioni, come fosse una piccola terapia quotidiana, è smettere di pensare in termini di presunta superiorità morale, difendendo la categoria di appartenenza e ritenendo corrotte e incapaci tutte le altre. Perché questo atteggiamento genera sfiducia presunta, e danneggia la dimensione collettiva. Ci sono mediamente tante brave persone in un palazzo, ma spesso l’assemblea di condominio fa uscire il peggio. E così avviene a tutti i livelli, dalla bocciofila al Parlamento, e ora anche nello spazio virtuale: persone anche valide usano lo spazio collettivo come luogo dell’assertività invece che del dialogo.

In Italia si ha da secoli una tradizione corporativa per cui si è diffusa l’illusione che la sola appartenenza ad una categoria (casta?) renda migliore chi vi appartiene. In realtà esistono (molte) persone oneste ma non categorie oneste. Ovunque ci sono gli integerrimi e i trafficoni, gli sgomitatori e gli schivi, i modesti e i «lei non sa chi sono io», i rigidi e i flessibili, i coraggiosi e i pavidi, gli sgobboni e gli scansafatiche, gli astuti e gli ingenui, gli onesti, gli onesti a interpretazione e i disonesti.
La ricostruzione del contratto sociale, se ancora possibile, passa da piccoli contributi individuali. Dalla previa riflessione sulle conseguenze dei comportamenti. E dei pensieri. L’attesa del messia (politico, magistrato o influencer che sia) che riporti moralità imponendola dall’alto genera solo ulteriore disillusione e indignazione. Ingredienti che corrodono la società e quindi anche le dinamiche tra i poteri. Duro ammetterlo, ma la cura viene dal basso.

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