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I 60 anni dell'apartheid e il razzismo dilagante

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Forse non tutti rammentano che, esattamente sessant’anni fa e cioè il 29 giugno del 1949 veniva promulgato nell’Unione Sudafricana, il «South African Citizenship Act», cioè quella legge che sanciva ufficialmente il regime di “apartheid”, termine della lingua afrikaans traducibile con “separazione”, oppure “sviluppo separato”.

Un termine che definisce una dottrina razzista avente per scopo la segregazione razziale di gruppi etnici diversi da quello bianco dominante.

In quel Paese il segregazionismo razziale era praticato fin dalla nascita stessa dello Stato nel 1910, attraverso norme che limitavano progressivamente le libertà dei nativi e che costrinsero via via quest’ultimi a vivere nelle riserve, cioè in spazi territoriali limitati e definiti, allo stesso modo di come, pochi decenni prima, accadeva negli Stati Uniti d’America in danno alle popolazioni indiane autoctone.
Già nel 1913, nel neonato Stato sudafricano entrò in vigore, ad esempio, il «Natives Land Act», che vietava agli individui di colore l’acquisto di terre e fondi fuori dalle riserve e le norme si susseguirono negli anni, in un crescendo razzista, fino al 1950 quando venne emanato il «Popolation Registraction Act», con il quale si veniva a stabilire la sistematica classificazione razziale in forma piramidale della popolazione, con i bianchi al vertice e tutte le altre etnie presenti sul territorio poste in secondo e terz’ordine, in perfetta analogia con quanto già fatto, solo un decennio, prima circa, nell’Italia fascista con le “Leggi razziali” del 1938 e nella Germania di Hitler con le “Leggi di Norimberga” nel 1934.

Protagonista indiscusso delle politiche di “apartheid” fu il Partito Nazionalista Sudafricano, forza politica di raccolta della popolazione bianca sudafricana erede della colonizzazione anglo - olandese dei Boeri e non affatto esente da influenze eugenetiche, antisemite e di suprematismo razziale tipiche del nazismo.

Nello scorrere dei decenni e grazie alle pressioni internazionali, alle sanzioni economiche ed alle ripetute condanne dell’Onu la maggioranza della popolazione che era di colore ed era denominata “Bantustan”,ottenne nel 1960 - 1961 - e dopo la proclamazione della Repubbica Sudafricana che sostituì la vecchia Unione Sudafricana - una formale “autonomia” di governo, anche se del tutto insufficiente allo sviluppo socioeconomico dei gruppi sociali vittime della razzismo. Non si trattava affatto di un passo avanti sulla strada della civiltà, ma solo del tentativo propagandistico di limitare i danni delle sanzioni, finché, a partire dagli anni ’80, l’intatta rigidità del regime sudafricano provocò una feroce lotta, anche armata, fra le etnie, lotta sfociata poi nella crisi politica definitiva del governo razzista di Pretoria e nell’apertura graduale di un dialogo fra il presidente de Klerk, leader della minoranza bianca ed il capo dell’«African National Congress» Nelson Mandela, per arrivare, in modo sufficientemente pacifico, all’indizione di elezioni a suffragio universale nel 1994 che, a loro volta, sancirono la vittoria dell’A.N.C. di Mandela e la conclusione quindi di ogni politica di “apartheid”.

Nella consapevolezza dell’attualità di tale ricorrenza e nel sessantesimo anniversario dell’emanazione di quella legge incivile, il pensiero non può non correre ai rischi dei ritrovati razzismi che affollano lo scenario politico europeo e che possono rivelarsi innesco esplosivo per le società degli anni che verranno, se le culture della divisione e del disprezzo non verranno superate da un ritrovato umanesimo e da nuova ragioni di tolleranza e di rispetto reciproco.

Al contempo ed in questa circostanza - proprio nel nome di una lotta ad ogni tipo di segregazione - il ricordo deve andare, con solidale attenzione, anche all’odissea paradigmatica di Nasrin Sotoudeh, cinquantacinquenne avvocatessa iraniana specializzata nella tutela dei diritti civili, condannata a scontare 38 anni di carcere ed a subire l’umiliazione dolorosa di 148 frustate che non si danno più nemmeno alle bestie da soma, per aver difeso i diritti più elementari dell’essere umano, quelli della libertà, ovvero della libera espressione delle proprie opinioni e della facoltà di autonomia di pensiero e d’azione. E stupisce che ciò avvenga in un Paese che, per molto tempo, è stato culla della civiltà umana ma che oggi, retto da una teocrazia sorda, immobile e crudele, è diventato uno dei luoghi dove segregazione e repressione sono parole d’uso quotidiano dentro una grammatica fatta anch’essa di intolleranza ed odio; una grammatica deviata dal maneggio pericoloso della religione e dei valori che essa rappresenta, per meri fini politici e di potere.

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