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L'Italia ha paura di chi esprime idee

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La coesione sociale è un insieme di comportamenti, regole, leggi volte a ridurre le disparità sociali, a dare a tutti le stesse possibilità, ad essere solidali e consapevoli che una società divisa è più debole e alla fine non cresce e si marginalizza. Soprattutto, la coesione sociale dovrebbe essere parte della cultura e del modo di pensare di una società.

Al mondo vi sono culture e tradizioni diverse, forse più inclusiva la cultura cattolica, forse apparentemente meno quella calvinista, basata sul lavoro. Poi conta molto il messaggio politico, che utilizza canali diversi, che la società non è ancora in grado di “maneggiare”, ma che hanno un grande impatto. Non esiste più il tradizionale messaggio politico, o se esiste è di contorno. Oggi prevale il messaggio semplice e insistente, le poche parole chiave insistite su pochi temi. Se si insistesse ad affermare che gli asini volano, alla fine qualcuno crederebbe che gli asini volano.

In questo contesto, il percorso fatto dalla società italiana e trentina in questi anni è abbastanza interessante. La mia percezione è che il processo in corso abbia preso avvio circa trent’anni fa.
La fine della cosiddetta prima Repubblica (che continuo a pensare non fosse poi così male in termini comparativi rispetto alla seconda e alla terza) era nell’aria alla fine degli anni ’80.

Il crollo del muro di Berlino, e quindi di schemi di pensiero e di azione politica che hanno caratterizzato il mondo dalla fine della seconda guerra mondiale al 1989, ha introdotto nuove dinamiche, ha reso incerte le prospettive. Senza il collante della prima Repubblica, dopo alcuni anni di grande confusione, si è approdati ad una politica basata sì su partiti, ma molto legata al carisma dei leader: Berlusconi, Prodi, D’Alema, Bossi.
Non un leaderismo pieno, in quanto comunque basato su partiti, anche se spesso visti come mere liste elettorali. Lo era Forza Italia a livello nazionale, e poi l’Upt, lo stesso Patt o Agire a livello locale. Questo ha determinato da parte di molti leader un controllo ferreo della loro lista elettorale, impedendo la nascita in politica, e quindi nella società, di un pensiero che avrebbe potuto metterne in discussione il ruolo, basato sull’amministrare e sulla gestione del potere, senza alcuno spazio per il dibattito e il confronto. L’approccio si è esteso anche ad altri mondi: all’economia, in parte all’accademia, alla cooperazione, in una rete basata sempre sulla gestione del potere.

È aumentata così la percezione di grande pericolosità dell’esprimere idee e pensieri. Ma senza questa discussione e questo confronto, se vogliamo questa pulsione al cambiamento, il pensiero sociale si rattrappisce, la partecipazione viene meno e viene vista come pericolosa, impedendo la crescita delle persone e quindi di una nuova classe dirigente. Il mondo, anche il piccolo mondo di una comunità, cresce perché ogni tanto un’idea genera uno stimolo allo sviluppo sociale, economico, culturale.

Oggi il nostro piccolo mondo ha il terrore dell’idea. Per assurdo, vedo la politica e la gestione del potere molto più debole rispetto al passato. Lì vi era la forza delle idee e tale forza generava stimolo al dibattito, al convincimento. Oggi prioritario è il mantenimento del potere e perciò l’idea, ogni idea, è in sè pericolosa, dato che non a tutti piace. E quindi non esistono più le idee buone o cattive, ma le persone buone (funzionali al mantenimento dello status quo) e le persone cattive (che possono metterlo in discussione). Se la persona “cattiva” ha un’idea buona, questa diventa automaticamente cattiva.

I giovani sanno che non possono e non potranno trovare spazio. La competenza e la cultura non sono considerate una qualità, ma per certi versi un problema, perché mettono in discussione, cercano nuovi percorsi, rompono gli schemi…
In questo percorso, la coesione sociale che ha caratterizzato la nostra società, si è così via via trasformata in una sorta di collusione sociale. Il potere richiede consenso, ma la degenerazione del potere, e soprattutto la sua attuale debolezza assoluta, richiede collusione. E questo è molto pericoloso per la società, sia nel presente, sia in prospettiva futura.

La collusione sociale crea dipendenza, crea assuefazione, fa ritenere normali comportamenti che non lo sono affatto. Genera il voto di scambio (talvolta inconsapevole) e soprattutto è basata sul pensiero breve, corto, senza alcuna prospettiva. Si gestisce giorno per giorno. Ma alla fine si rischia di ritrovarsi soli in mezzo al mare, senza alcuna prospettiva, con la barca che fa acqua e soprattutto senza avere a bordo quei giovani bravi che potrebbero rappresentare il futuro, ma che hanno capito in tempo che per loro l’Italia è un paese dove trascorrere solamente le vacanze.

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