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Cosa ci insegna la lezione di Dumbo

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Le favole sono vere, dice Calvino. Di recente la nuova versione cinematografica di Dumbo ci riconsegna tutta la portata simbolica e la traduce nella molteplicità di storie e di relazioni che ci capita di attraversare. Le storie, nel nostro mestiere sono solitamente difficili e dolorose e somigliano a tanti Dumbo che s’imbattono nella solitudine, nella disabilità.

Nella paura di rimanere senza mamma, nella vergogna di non essere accettati e di non riuscire a stare al mondo.
In Dumbo c’è la diversità /anomalia di un handicap, le orecchie enormi a sventola, c’è il rifiuto e il potere degli uomini che esercitano su di lui ogni pressione per fini propri.
C’è l’allontanamento della madre, una “mad mother”, solo perché a suo modo, aveva cercato di proteggerlo.
Alcuni bambini hanno gli occhi limpidi di Dumbo, una grazia misteriosa apparentemente remissiva, ma ferma nella volontà di vivere, di ritrovare la mamma e, grazie a chi sa guardarli oltre, (nel film solo i bambini ci riescono), scoprono in loro un super potere.
Dumbo riesce a volare con la spinta di una piuma.
Dumbo è un elefante, ma vola, e più in alto di tutti.

Capita che qualche volta si incontri una storia che sembra la storia delle storie perché ci sta dentro la malattia, la vita, l’ abbandono, la tenerezza, il potere dei grandi (che grandi non sono) e i molti destini incrociati, a reggere un filo dove una bambina sembra aggrapparsi, in un equilibrio di grazia, perché sotto c’è il baratro.
Il baratro è il mondo, e la profondità del baratro è nelle nostre mani.
Capita che di certi bambini ti innamori di più perché ne avverti il senso di grandezza, di potenzialità e insieme la loro totale dipendenza da quello che farai o non farai.

Capita che tu abbia bene in testa che molto dipenda dal DNA, dai neuroni, dalle sinapsi e che tu sappia che una certa materia, se danneggiata, non sia rimediabile fino in fondo.
Ma capita anche che tu sappia che vie non misurabili, non quantificabili siano molto più efficaci della evidenza o onnipotenza medica.
Per fare un esempio semplice, quando si è molto piccoli, una carezza (data bene) è in grado di scatenare reazioni chimiche infinite e che queste siano così importanti da “risarcire” anche parte di quella materia danneggiata. Una sorta di chimica della carezza, non celebrata da poeti, ma da neuroscienziati che sanno quanto stimolazioni fisiche e affettive siano fondamentali tanto quanto la soddisfazione dei bisogni primari (fame sonno pulizia, calore), e che, gli ormoni che queste producono, oltre a soddisfare il bisogno infantile di essere toccato e riconosciuto, siano riconducibili a trasformazioni, recuperi, reclutamenti di funzioni neuronali, altrimenti perdute.

Capita che questa bambina abbia subito danni che hai misurato, monitorato, curato e che le carezze stentino.
Capita che tu avverta che il prendersi cura si ampli in qualcosa che non è affidabile ad un obbligato, perpetuo, asettico, chiuso di un ospedale. Serve anche una terapia altra, in un altrove dove stare almeno per un po’. È un altrove molto semplice e accessibile.
Capita che hai i consensi che servono, ma ti dimentichi di chiederlo al proprietario di una porta, non ad un benevolo guardiano della soglia, ma ad una sorta di Barbablu, quello che nella favola chiude e uccide tutte le donne che osano disubbidirgli.
Capita che la bambina, in quell’altrove per qualche ora, spalanchi gli occhi sul mondo, senta, mangi, sorrida molto di più.
Capita che tutti (o tutti quelli che la vedono) si accorgano di quanto la bambina stia meglio.

Per la prima volta sembra che tutto si possa un po’ aggiustare.
Ma le favole hanno colpi di scena proprio quando non te lo aspetti.
Dall’oscurità giunge un Potere che ha la scorciatoia della forza, l’affermazione violenta di se stesso e delle proprie idee. Non è solo violenza fisica. C’è anche quella, ovviamente. Ma c’è anche altro: è la condizione esistenziale di chi non sopporta e non regge la complessità e adotta soluzioni drastiche, fondate su opposizioni: il bene contro il male, la luce contro il buio. Chi la pensa diversamente è un nemico e deve essere combattuto. Il gioco è sottile, diventa di squadra e i cerchi diventano quadri.
Dumbo viene rinchiuso, «è mio e lo gestisco io».
Non si vivono tempi facili, neppure nelle favole.
Mostrare silenzio o muscoli è vizio comune, tanto più diffuso quanto maggiore è l’insicurezza del sistema in cui ci troviamo a vivere.
Insomma avere dei Dumbo portatori soltanto di orecchie anomale, senza il super potere del volo rappresenta un problema. E senza il volare della complessità, la legittimità del dissenso, diventa inammissibile quanto scomoda.

Quale metodo, quale politica ci sovviene quando il dissenso dal potere è eliminato, soffocato, zittito?
Ma si scrive, si usano parole sempre e solo per negoziare le ombre.
Le parole sono luoghi dove stare, in cui riconoscersi.
Dire, scrivere, è utile perche tutto non scivoli via, perché dopo di te e oltre te sia riconoscibile un senso, una ragione al prendersi cura, fuori dal possesso di un potere e dentro una logica che tenga in conto molto altro.

Occuparsi del dolore di chi non ha voce per esprimerlo, comporta di stare in una complessità che non è scindibile chirurgicamente: esistono obblighi di denuncia, obblighi farmacologici, obblighi di consenso e dobbiamo risponderne nei tempi e nelle procedure, ma esiste all’interno di questo, tra passione e moralità, trasgressione e regole, follia e sapienza uno spazio neutro che è l’individuo, il bambino, il senza voce, il suo tempo di neuroni che si moltiplicano, le relazioni che ha intorno, e quello spazio bianco è inviolabile, non è abitato da negoziabilità, rimandi, conflitti, poteri personali, confini di “proprietà”.
Mi è sempre piaciuto scrivere di Antigone che con la sua autorità e la sua debolezza si fa carico, e diventa simbolo, di una serie di contraddizioni che continuano ad affliggere l’essere umano e la sua storia.

Come gestire il conflitto tra chi crede di esercitare il potere e chi vuole attenersi a una norma diversa e più ampia?
Antigone è cifra di ogni chiusura ai despoti, e la sua attualità rimane nell’offrirsi come soggetto tanto autonomo quanto vulnerabile, nell’intreccio di paradossi che ogni dolore /malattia di bambini comporta.
S’incontrano spesso nelle reti del dolore, le caricature di nuovi Creonte, che dichiarano di agire secondo giustizia, sordi ad ogni sfumatura complessa. I nuovi Creonte ubbidiscono ad un certo potere e hanno un ruolo più comodo in un sistema programmato, sovraccarico, difeso, autoreferenziale, in corsa di azioni.

I Creonti caricaturali hanno a cuore il potere e si arrogano il diritto di esercitarlo, secondo giustizia. Ovviamente.
Ho anche pensato che dovevo difendermi, per avere attraversato con un carrozzino e una bambina, uno spazio bianco senza legge, ed è proprio lì, in quel bianco, dove qualcuno pensa di dover esercitare il proprio nero, che ho sentito che ero ricattabile, annientabile e, anche peggio, che questo metodo, nero, era legittimato.
Viviamo in un’epoca dove l’umano che credi, quella soglia che varchi, diventa irrituale, pericolosa, incomprensibile, generatrice di conflitto.
- «Da medici bisogna saper tenere le distanze» - mi ha suggerito qualcuno, un alto Dirigente, dalla parte dei giusti, degli accorti, dei ragionevoli.

Tra il curare e il prendersi cura c’è una distanza che non sta solo nelle parole: chi cura può essere attratto dalla passione per l’onnipotenza, può curare in modo oggettivo, badando alla propria correttezza di curante e non sempre alla realtà di chi sta dall’altra parte. Prendersi cura significa stare in una relazione fin dalle premesse, assumersi la responsabilità della relazione con l’altro, mantenendosi in relazione con se stessi. È un modo di vivere, oltre che di procedere terapeuticamente, che impone una doppia visione, una doppia presenza. Prendersi cura significa assumere fino in fondo la propria umanità, condividere il vuoto, il baratro della sofferenza«, assumere la sfida del dolore come domanda continua sul senso, e farlo mentre si è lì, presenza empatica mai sovrastante.
Percepire la grazia di una bambina e andare oltre.

Verranno altre fiabe da raccontare, ma quella bambina ora sa che Barbablu, tanto potente quanto ripugnante, aveva ricchezze e chiavi d’oro che chiudevano porte da dove era impossibile fuggire ma, come in premessa, le fiabe sono vere, e la bambina Dumbo (che è una Principessa sotto incantesimo) ha il suo super potere : sa volare.
E «tana, libera tutti», si salva.
« …girotondo girotondo cascava il mondo
Teresino cascava la terra, il tuo babbo, Teresino
anche le case cadono per terra armiamoci Teresino
partiamo io e te
faremo a pugni vendicheremo tutti
cammina cammina ma il cavallo di legno non cammina
Teresino che avevi il magone
una faccina…» (Vivian Lamarque).

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