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No alla rissa su famiglia e sessualità

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L’ultima cosa di cui si sentiva la mancanza era una bella rissa verbale, magari accompagnata da tafferugli reali e dall’immancabile coda giudiziaria, attorno a questioni delicate e complesse come la famiglia e la sessualità.

Ed anche la procreazione e l’educazione. Questioni alle quali la politica dovrebbe accostarsi con discrezione, rispetto, senso del limite. E con animo disposto al dialogo e alla ricerca comune di sintesi sempre provvisorie e imperfette. Purtroppo ci sono invece forze, a cominciare dalla Lega Salvini, oggi al governo a Roma come a Trento, che mirano proprio a dividere il paese (e la nostra comunità trentina), su questo come su altri temi non meno delicati, come l’immigrazione o la sicurezza. Non a caso, ogni giorno inventano e costruiscono astute quanto ciniche e irresponsabili provocazioni. Ma questo è un motivo in più, per noi democratici, di restare fedeli alla nostra vocazione, che non è quella di opporre faziosità a faziosità, ma di lavorare con pazienza e umiltà per unire il paese e il Trentino, attraverso il metodo del dialogo e della mediazione.

Nel suo grandioso discorso al 13º Congresso della Dc, nel marzo di 43 anni fa (c’ero anch’io, allora diciassettenne, in quel gremito Palasport dell’Eur e l’emozione di quell’intervento non mi è ancora passata), Aldo Moro ammoniva gli italiani con le parole divenute celebri dopo il suo martirio: «Questo paese non si salverà, la grande stagione dei diritti si mostrerà effimera, se non nascerà in Italia un nuovo senso del dovere». Ho sempre pensato che questo dovesse essere il compito storico dei democratici, nel Pd e non solo nel Pd: stimolare e favorire la nascita nel paese di un nuovo senso del dovere, che si ponesse come attuazione piena, matura, consapevole, e non come negazione o rinnegamento, della grande stagione dei diritti.

Sul piano socio-economico, come su quello dei valori etico-sociali: debito pubblico e deficit demografico sfidano infatti i diritti acquisiti e conferiscono un carattere profetico alle parole di Moro sulla necessità di un nuovo senso del dovere.
Sarebbe una sciagura, tanto più dinanzi a sfide radicali come quelle che il nostro tempo ci propone, se il paese si dividesse tra partigiani dei diritti e nostalgici dei doveri, quando invece l’impresa comune dovrebbe essere quella di dar vita ad un nuovo equilibrio, sostenibile e persuasivo, tra gli uni e gli altri. A questo nuovo equilibrio abbiamo lavorato, noi democratici, nella scorsa legislatura: in parlamento e in Provincia. Per citare solo due esempi, con la legge sulle unioni civili a Roma e con i corsi sulla parità di genere a Trento.

Con la prima abbiamo colmato una ormai intollerabile lacuna nel nostro diritto di famiglia: la regolazione delle convivenze omosessuali stabili e delle convivenze di fatto eterosessuali. Si tratta di esperienze minoritarie (la prima assai più della seconda), ma non marginali e comunque meritevoli di un riconoscimento giuridico, come richiesto dalla stessa Corte costituzionale: la quale peraltro, a differenza della Corte suprema degli Usa, per gli omosessuali ha escluso l’accesso all’istituto del matrimonio, riservandolo alle coppie eterosessuali, in quanto le uniche capaci di procreare.

La bussola che ci ha guidato, nel definire questo completamento del nostro diritto di famiglia, è stata proprio l’armonizzazione tra diritti e doveri: il diritto di vedersi riconosciuti, da parte di coppie che non lo erano, si traduce nell’assunzione di reciproci doveri tra partner, a vantaggio della stabilità delle convivenze e della solidarietà nei riguardi del partner più debole. Per la prima volta, una legge in materia di famiglia, sessualità, procreazione, non ha diviso gli italiani tra guelfi e ghibellini, ma è stata accettata, in modo pacifico, da tutto il paese. Davvero non si sente dunque il bisogno di manifestazioni estremistiche e faziose, che hanno messo in imbarazzo la stessa gerarchia cattolica, volte a riaffermare una visione del matrimonio, come istituto riservato alle coppie composte da un uomo e una donna, che nessuno ha messo in discussione. Piuttosto discutiamo di come aiutare le famiglie con figli e di come rimuovere le barriere economiche e sociali che ostacolano la natalità. Su questo noi abbiamo fatto troppo poco e sarebbe bello se altri facessero di più e meglio. Saremmo convintamente al loro fianco.

A Trento, nella scorsa legislatura, sono stati promossi corsi sulla parità di genere, anch’essi fondati su una cultura del dialogo e della mediazione: tra diritti e doveri e tra natura e cultura. Nessuno ha messo o intende mettere in discussione la diversità biologica, anche tra gli esseri umani, tra maschi e femmine. Ma come questo dato naturale debba tradursi in ruoli familiari e sociali e anche in orientamenti sessuali è, per gli umani, a differenza degli animali, tema mediato dalla cultura, dalla sua elaborazione e trasmissione attraverso l’educazione. Liberare la cultura dagli stereotipi di genere ed educare al rispetto delle diversità e della loro dignità e libertà, è l’arduo compito delle famiglie, insieme e non contro la scuola e le altre agenzie educative. Si può e si deve sempre discutere sui modi con i quali tutto ciò si realizza, corsi trentini compresi. Ma si deve farlo con lo scopo di unire una comunità, nel rispetto del pluralismo dei punti di vista e nel dialogo razionale tra di essi, e non con quello di contrapporre tra loro semplificazioni faziose.

Nel celebre dialogo del 2004 con Jürgen Habermas, l’allora cardinale Joseph Ratzinger sosteneva che, dopo l’affermarsi della teoria dell’evoluzione, «delle differenti dimensioni del concetto di natura, su cui si fondava un tempo il diritto naturale, rimane solo quella teorizzata da Ulpiano (III secolo d.C.) nella nota formulazione “Ius naturae est, quod natura omnia animalia docet” (il diritto naturale è ciò che la natura insegna a tutti gli animali). Ma ciò non basta per le nostre questioni, in cui si tratta di individuare non già cosa riguarda tutti gli “animalia”, ma gli specifici doveri che la ragione umana ha creato per gli uomini e ai quali non si possono fornire risposte senza la ragione». Sarebbe bello se, almeno in Trentino, riuscissimo ad usare un po’ di più la ragione nel confronto tra di noi: come ci hanno insegnato, quindici anni fa, quei due giganti del pensiero.

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