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Le botte in Provincia frutto della paura

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Donne e uomini, differenze e pari opportunità, un bel tema, ma quanta confusione. Ideologismi, forzature, strumentalizzazioni. Certo, quando poi a un incontro pubblico come quello tenuto il 22 marzo scorso al Palazzo della Provincia di Trento volano le botte, si finisce nel grottesco. Sarebbe perfino una cosa comica, da reality show, se gli organizzatori non avessero chiamato la polizia. La conferenza (titolo completo “Donne e uomini. Solo stereotipi di genere o bellezza della differenza?”) è stata introdotta dai due assessori provinciali all’istruzione e alle politiche sociali. Un incontro indubbiamente sbilanciato nella scelta dei relatori, psicologi, medici e giuristi tutti provenienti da ambienti conservatori, legati ai movimenti cosiddetti integralisti pro-vita. Credo che l’antropologia possa aiutare a capirci qualcosa, sia nel merito sia rispetto ai motivi dell’animato dissenso.

Anzitutto, in nessuna cultura il corpo, nella sua fisicità, è “verità” assoluta e immutabile.
Il corpo non è una questione privata, è sempre pensato, socializzato, lavorato.
In nessuna civiltà, nomade o sedentaria che sia, il corpo rimane naturale: a partire dalle forme di battesimo (ritualità che servono a trasportare simbolicamente il neonato dalla dimensione della natura a quella della cultura), per passare poi da varie manipolazioni: la cosmesi, l’abbigliamento, la palestra, le protesi come gli occhiali e gli apparecchi acustici, i tatuaggi diffusi in mezzo mondo, la mastoplastica al silicone, l’acconciatura dei capelli, i piercing, la ricostruzione estetica delle unghie, eccetera. Queste lavorazioni del corpo insistono anche sui comportamenti delle persone e sulle differenze di genere: essere “regolari” non ha niente a che vedere con la naturalità, vuol dire adeguarsi alle aspettative, più o meno normate e mutevoli, della comunità alla quale si appartiene.

Il corpo umano è come l’hardware nel campo dei computer: solido e dato, ma sul quale girano diversi software, e questi software si chiamano culture. In Polinesia molti camminano per la strada scalzi, in Trentino-Alto Adige no, e chi lo fa viene guardato storto. In Russia gli uomini eterosessuali possono baciarsi sulla bocca con affetto, senza che la cosa comprometta la loro virilità, e su questo anche gli antichi greci ebbero parecchio da insegnare.
Essere donna ed essere uomo, in diverse culture va “dimostrato” attraverso riti di passaggio, che spesso segnano dolorosamente il corpo, penso alle circoncisioni maschili e femminili o a prove di resistenza e di coraggio.

Questo perché Homo sapiens, oltre ad essere eccezionalmente autoriflessivo, ha un po’ la mania di mettere ordine nel mondo delle cose, naturali e sociali. È un nostro programma cognitivo destinato a forzare la natura; e infatti con il sequenziamento del Dna e la mappatura genica abbiamo finito per rompere il mistero della vita e siamo entrati nell’era della bioingegneria. Piena di promesse e di altrettante minacce.

Per tornare agli studi di genere, che maschi e femmine siano differenti è ovvio. In realtà gli stereotipi e la bellezza della diversità coesistono, non occorre strapparsi i capelli. Semplicemente, i modi di concepire la femminilità e la maschilità sono molti. Modi etnici, culturali, scientifici, religiosi, storici, ideologici. Modi socialmente accettati e condivisi, raccomandati o censurati da chi “comanda”. Così come pare ormai pacifico il diritto ad avere pari opportunità. Sulla carta, perlomeno. Altrettanto vero è che nella nostra società persistono sperequazioni di vario tipo, relative non solo al genere, ma anche al censo, allo status, alla provenienza geografica, al colore della pelle, e via dicendo.

Nel dibattito scientifico, ormai vecchio di un secolo, il cosiddetto innatismo ha sempre fronteggiato il comportamentismo; in altre parole la teoria della predisposizione genetica si oppone a quella della tabula rasa, secondo cui l’ambiente e l’educazione determinano praticamente tutto. Molti casi sono stati analizzati, compresi quelli di gemelli omozigoti, separati precocemente, che hanno fatto poi vite e carriere del tutto divergenti, trovandosi appunto in contesti diversi. Oggi sappiamo che non nasciamo tabula rasa, ma neppure “programmati” come computer per agire. O meglio, un programma l’abbiamo, siamo predisposti a pensare, ad adattarci, a imparare: altrimenti non si spiegherebbe come uno parla l’arabo, l’altro il cinese. La cultura del luogo dove si nasce, ci plasma e ci trasmette - per non dire ci impone - orientamenti, valori e disvalori. Fino a un certo punto, però, perché per fortuna esistono margini di scelta individuale, che comportano trasgressioni, giudicate più o meno gravi.
Eccentricità, nomadismo, sessualità fluida (omo-bi-polisessualità), anarchia, autonomia di giudizio, abnegazione, santità, sono “deviazioni” da norme di comportamento comuni.
Senza contare il fatto che le donne non sono tutte uguali, né lo sono tra loro gli uomini: se esistono caratteristiche tipiche di femminilità, come per esempio l’empatia, non è detto che le posseggano soltanto le donne, né tutte le donne. In questi frangenti, accampare le statistiche e tirare per la giacca le neuroscienze serve soltanto a screditarle: per l’esiguità dei campioni, la relatività delle condizioni sperimentali e soprattutto l’evidente tendenziosità di chi lo fa. Triste, per esempio, che si citi l’alto tasso di suicidi fra i transessuali, come se fossero ineluttabili (punizioni divine?) per chi è andato contro natura sottoponendosi a un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale.

La verità è che i trans vivono condizioni estremamente difficili: da una parte i trattamenti farmacologici, con la massiccia assunzione di ormoni e spesso di psicofarmaci, dall’altra uno stigma sociale, quasi una berlina, che rende chimerica l’integrazione. Sfido io che molti non ce la fanno.

Similmente a quanto accade, ancorché in condizioni diverse, a molti giovani che scoprono la loro omosessualità: da quel momento, le umiliazioni e gli schiaffi, più o meno metaforici, si moltiplicano e la strada è in salita. Sono situazioni che gli insegnanti di solito conoscono bene, perché si documentano e cercano di contrastare pregiudizi e violenze con approcci soft, non escludenti e culturali.
Purtroppo, nella logica assurda della strumentalizzazione politica, si perdono le sfumature, le opportunità, le varietà della vita, cioè la sua stessa ricchezza.

All’incontro di Trento, la mancanza di un contraddittorio su questi temi ha spinto studenti, insegnanti, femministe, alcune associazioni, un sindacato e comuni cittadini a prendere posizione contraria. Per citare il presidio organizzato dalla Cgil: «Le differenze di genere non si affrontano con intolleranza, pregiudizio e discriminazione». Volendo vederla in positivo, perché comunque una lezione c’è, evidentemente (r)esiste un tessuto sociale che non si lascia lacerare, frutto di formazione ma anche di vissuti individuali. L’insicurezza di chi vede traballare le proprie certezze, quando passa dal piano individuale a quello di politica di governo, sorda e autoritaria, diventa un problema di sicurezza, la parola magica. E così chissenefrega dell’antropologia culturale, se minacci certezze e sicurezza, botte a uomini e donne. Come alle feste di matrimonio che finiscono in rissa.

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