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Ciao Giuriato, uomo della tv

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O lo amavi o lo odiavi, Gigi. Che fosse il professore di religione o il direttore di una tv locale, la musica non cambiava. Luigi Giuriato univa e divideva. Perché riempiva la scena: con la sua stazza, non meno gigantesca del suo entusiasmo, della sua esuberanza, della sua intraprendenza. Quell’entusiasmo che gli ha impedito di fermarsi. Di curarsi.

Di dedicarsi un po’ a quel suo cuore malandato. Se n’è andato l’altra notte. Piegato dall’ultimo infarto. Forse sconfitto anche dai riflettori che s’erano spenti da qualche tempo.

Lui era abituato a stare al centro della scena. Anzi: amava essere la scena. Le sue dirette, il suo desiderio di fare di Rttr una sorta di Cnn locale, la sua indomita passione e il suo stile inconfondibile cambiarono un pezzetto della storia delle nostre televisioni locali. Di qui le invidie, le sgradevoli accuse. Di qui anche la stima, l’affetto.
Non si curava né delle prime né delle seconde, convinto che tanto domani avrebbe costruito qualcosa di nuovo, scommesso su un nuovo talento, lanciato un’altra impresa. E così è stato per un lungo periodo, in stagioni che però - come accade quasi sempre, nel piccolo schermo - finiscono anche se sembrano infinite. Prima ti conoscono e riconoscono tutti. Ti fermano. Ti cercano. Poi scompari anche se sei un gigante dal sorriso sempre inquieto e inconfondibile.

Riempiva gli schermi come pochi, Gigi. Dava però spazio anche a molti discepoli, figli della sua passione e della sua idea di una tv capace di competere con quelle ben più blasonate. Molti di noi potrebbero raccontare mille episodi: più o meno romantici, intensi o appannati. Io ne tiro fuori dal cilindro della memoria uno, che forse spiega più di ogni altro la sua voglia di fare, la sua ironia e anche l’incoscienza che purtroppo non è stata una sua grande complice in questi ultimi anni, vissuti - come ben sa Irene, alla quale mandiamo un abbraccio affettuoso - senza mai considerare la morte una invadente compagna di viaggio.

La scena è presto descritta. Palestina. Cerimonia internazionale per la pace. Delegazioni di mezzo mondo, con l’immancabile gruppo arrivato dal Trentino. Compare la moglie di Arafat. Gigi Giuriato mi sfida: «Siamo eleganti e belli grossi; fingiamo di far parte della sua scorta, così, come giornalisti, vediamo tutto da vicino». Una follia. Ci sono più divise e mitra di quanti io ne abbia visti in un’intera vita.
L’adrenalina è a mille. Lo assecondo. Anche perché resistergli è impossibile e impensabile. Salutiamo uomini armati fino ai denti con garbo. E con i nostri vestiti scuri e l’aria seria, ferma e al contempo garbata, raggiungiamo Suha, da poco vedova di Yasser Arafat, politico e combattente, simbolo immortale di quella terra ferita. Lei ci stringe la mano e ci fa accomodare al suo fianco.

Scommessa vinta. Articolo assicurato, con tanto di sguardi attoniti dei politici che non si capacitano: noi sul palco d’onore, loro lontani. Noi inquadrati dai tg di mezzo mondo, loro nell’ombra. Mentre scrivo rido ancora. Con malinconia. L’abbiamo rischiata grossa. Mai avuto tanta paura in vita mia. Ma ne è valsa la pena. Perché poi ti accorgi che certe persone riempiono i ricordi per sempre e che quei ricordi possono raccontare, tanti anni dopo, non solo un collega, ma il suo modo di fare, di essere, di fare un mestiere, di riempire uno schermo. Appunto: per sempre.

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