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Le ragazze nigeriane di Lavarone

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Ci eravamo abituati alla loro presenza. Ci sembrava naturale incontrare le 24 ragazze nigeriane per le strade di Lavarone. Discrete, le incontravamo alla Famiglia Cooperativa, sulla strada dalla frazione Nicolussi, dove abitavano, alla frazione Cappella dove andavano a fare la spesa. O magari all’ufficio postale, negli alberghi dove avevano trovato lavoro.

Nei ristoranti di Lavarone, di Folgaria, di Luserna, dove prestavano servizio. E pensare che l’avventura era cominciata nella maniera peggiore. Erano state accolte da una infuocata assemblea di cittadini preoccupati ma anche di «stranieri» di villaggi vicini, che usavano toni vagamente razzistici, ricordando che le «nigeriane» costituivano un pericolo per l’unità delle famiglie dell’altipiano. Ricordo le urla di un signore dal fondo della sala del Centro Congressi che chiedeva di rispedirle a casa loro. Era un migrante rumeno. Ricordo anche una anziana signora che mi disse: «Come potrò d’ora in poi girare per Lavarone di notte?». Qualche giorno dopo qualche deficiente aveva dato fuoco al portone della loro residenza. Peggio di così?

Poi, piano piano, la situazione è cambiata. Hanno prevalso il pudore e l’avvedutezza delle ventiquattro ragazze. Hanno vinto la bravura e la professionalità del personale che le aveva prese in carico. Ha contribuito la serietà e l’attenzione degli amministratori di Lavarone.

Ma oggi lo scellerato decreto sicurezza di Matteo Salvini, interpretato in maniera ferrea e acritica dalla giunta Fugatti, causa la chiusura della residenza di Lavarone. Le ragazze saranno inviate chissà dove, forse a Trento, forse a Rovereto, in strutture di accoglienza più economiche e più capienti. Andranno incontro ad una nuova pericolosa avventura, a ricominciare da zero il loro percorso virtuoso di integrazione.
Ma ecco il miracolo. I cittadini di Lavarone non accettano la decisione. Il sindaco protesta. Gli albergatori che le avevano prese a benvolere, che le andavano perfino a prendere con la macchina per portarle sul luogo del lavoro, che nel periodo di chiusura le portavano addirittura in vacanza con loro, adesso si chiedono perché e si chiedono anche come faranno a sostituirle, visto che a Lavarone c’è piena occupazione. Alla faccia di chi ancora dice che i migranti rubano il lavoro agli italiani.

Ho cercato di capire se la decisione è definitiva. Ho cercato di indagare sulle vere motivazioni di un provvedimento così insensato. Ne è venuto fuori un ritratto desolante della nostra politica. Tutto viene fatto risalire al decreto sicurezza che ha tagliato i fondi fin quasi a dimezzarli. Prima del decreto per ogni richiedente protezione venivano stanziati circa 33 euro al giorno. Adesso 24. Bisogna risparmiare. La struttura e l’organizzazione della residenza di Lavarone ne costa più di 40. Le ragazze se ne devono andare. E ciò succederà prima di aprile.
E così finiranno i corsi di italiano (le ragazze nigeriane avevano acquisito una notevole dimestichezza con la nostra lingua), i corsi di cucito, i corsi di cucina (lo chef di Luserna aveva tenuto quattro seminari).

Finirà il loro lavoro nel grande orto che il custode Fausto (che loro chiamavano papà) aveva organizzato per loro (verze, cavoli, biete). Augusta, Benedicta, Beauty, Joe, Dist, Sandra e le altre non organizzeranno più le feste che le hanno viste protagoniste (nella piazzetta di Gionghi, il giorno del santo patrono hanno offerto cento torte ai lavaronesi. E niente più incontri con i ragazzi delle elementari durante i quali loro raccontavano fiabe nigeriane e i ragazzi ricambiavano con fiabe cimbre. Noi non le vedremo più la mattina presto prendere l’autobus per andare al lavoro, oppure, portate da volontari della Croce Rossa, la domenica mattina a Rovereto per partecipare alla Messa nella chiesa evangelica. Né le vedremo con il loro portamento fiero trasportare sulla testa una confezione di sei bottiglie di acqua minerale.

Tutto questo finirà e sarà una sconfitta per Lavarone ma anche per la giunta Fugatti che applicando in maniera rigida una legge sciocca e controproducente, farà fare enormi passi indietro a tutti i trentini famosi per essere un popolo aperto all’accoglienza. Chiamare decreto sicurezza una legge che farà notevolmente diminuire la sicurezza è un controsenso.

Abbiamo tutti a cuore la sicurezza. Tutti. Ma alla base di qualsiasi possibilità di sicurezza è la giustizia sociale. La gente povera ha fame e spesso delinque per salvarsi da una vita disgraziata. Questo infastidisce i benpensanti come noi. Ma il passo verso lo spaccio, la prostituzione e la microcriminalità è breve. E allora che cosa debbono fare i benpensanti come noi?

C’è una sola strada: l’accoglienza. E l’integrazione. Tarpare le ali a chi questo percorso dell’integrazione lo ha attuato in maniera così virtuosa fa venire qualche sospetto sulle vere intenzioni di chi predica la sicurezza e favorisce il disordine.

In ultimo vorrei parlare un attimo di soldi. I soldi risparmiati a chi andranno? Non sono riuscito a dipanare questa matassa ma una cosa è certa. I soldi provengono da un fondo europeo a favore dell’accoglienza ai richiedenti protezione internazionale. L’Italia non risparmia niente. Il Trentino meno che meno. Non stiamo parlando di economia. Stiamo parlando di politica. Di propaganda politica.
E inoltre. L’affitto della villa delle suore elisabettiane ammontava a 45 mila euro all’anno. Non sono bruscolini. Cinque euro al giorno per ogni ospite nigeriana. Qualcuno ha chiesto all’ordine religioso (ripeto: religioso) di rinunciare alla somma visto, oltretutto, che la villa era sfitta?

Claudio Sabelli Fioretti é giornalista, scrittore, conduttore radiofonico di fama nazionale, è stato direttore e ha scritto sui più importanti quotidiani, settimanali e periodici d’Italia.

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