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Grande attesa per il voto in Israele

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La Santa Sede guarda con un misto di speranza e di preoccupazione all’esito delle elezioni che domani decideranno la nuova composizione della Knesset (parlamento) a Gerusalemme e, di conseguenza, porranno le premesse per ostacolare o favorire le fortune del premier, Netanyahu.

Questi, infatti, la settimana scorsa ha promesso che, se le urne lo daranno vincitore, egli poi annetterà al suo Paese il nord del Mar Morto e parte della Valle del Giordano oggi non israeliana, due zone che si trovano nella Cisgiordania, occupata da Israele nella “Guerra dei sei giorni” del 1967, e poi costellata di insediamenti ebraici, ma che i palestinesi considerano territori inalienabili del loro costituendo Stato. L’annuncio è stato valutato assai negativamente da un portavoce dell’Onu: «Ogni decisione israeliana di imporre giurisdizione nella Cisgiordania occupata non ha alcun effetto legale internazionale. Essa devasterebbe l’essenza stessa della soluzione dei “Due Stati”». La formula dei “Due Stati” ipotizza che il conflitto israelo-palestinese, in atto da decenni, sarebbe risolto garantendo assolutamente Israele e il suo diritto di esistere, e contemporaneamente creando uno Stato palestinese formato da Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme-est, anch’esso garantito.

Ma avendo riempito di insediamenti la Cisgiordania, Israele ha di fatto svuotato la formula dei “Due Stati”. Essa, ufficialmente, fin qui è sempre stata sostenuta dallo stesso papa Francesco, da quando nel 2014 fu laggiù. Tuttavia, nel maggio scorso l’Assemblea dei vescovi e ordinari cattolici dei vari riti che hanno il loro centro in Gerusalemme - latini, armeni, maroniti, melkiti, siri, più il Custode di Terra santa, il trentino p. Francesco Patton - in un loro documento avevano preso atto che l’ipotesi dei “Due Stati” non aveva minimamente portato alla pace; e, dunque, seppur in modo implicito, avevano fatto balenare il loro appoggio alla creazione di un unico Stato (Israele+Palestina) dove ogni cittadino si trovi a casa,  viva tranquillo e possa seguire in pace la sua religione. Anche personalità ebraiche e palestinesi prospettano la stessa, oggi utopica, soluzione ad un conflitto ritenuto altrimenti inestricabile. La Santa Sede non ha commentato le affermazioni del premier.

Ma “L’Osservatore Romano”, il quotidiano vaticano, tre giorni fa titolava in prima pagina “Forti critiche al progetto di Netanyahu”, e citava solamente voci di governi e organizzazioni - la Lega araba, la Francia, l’Unione europea, la Russia - contrarie all’ipotesi espansionista. Quale che sia l’esito del voto imminente, presto dovrebbe essere reso noto il piano del presidente USA Donald Trump per porre fine al conflitto israelo-palestinese. Voci ufficiose lasciano intendere che le aspirazioni dei palestinesi saranno del tutto  frustrate. Se (se) così fosse, il papato non potrebbe esimersi dal pronunciarsi su un “piano di pace” fondato su un’ingiustizia.

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