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La diplomazia tra successi e problemi

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Francesco non dimentica i grandi problemi del mondo anche quando cerca di suggerire soluzioni a quelli più vicini e più limitati: ieri era a Camerino per ricordare le ferite ancora aperte del terremoto che nel 2016 colpì la cittadina marchigiana.

A Camerino il papa ha lamentato «l’accrescersi delle tensioni nel Golfo Persico» (dove la settimana scorsa sono state speronate delle navi: dall’Iran, sostiene il presidente Trump, ma Teheran ribalta l’accusa).

Per chi non sia addentro in tali questioni, sorge - legittima - una domanda: ma come fa il papa a seguire tutti i grovigli del mondo, che spesso sfociano in guerre? Lo fa attraverso una rete di nunzi (ambasciatori), o delegati apostolici, che rappresentano la Santa Sede, e quindi il pontefice, in quasi tutti i Paesi del mondo, Usa e Russia comprese: manca solo la Cina. Ogni nunzio è in contatto con la Segreteria di Stato vaticana, tanto più se nel paese in cui vive accadono eventi tali da innescare aspri conflitti.

Alcune tematiche toccano, però, più paesi, e altre l’intero pianeta, anche perché la Chiesa cattolica romana - oggi composta da 1,3 miliardi di persone - in grande, modesta o minima percentuale, è presente ovunque. Perciò ogni tre anni (l‘altra volta fu nel 2016) tutti i nunzi sono richiamati a Roma per sessioni di aggiornamento e di scambio di opinioni; e così è stato la settimana scorsa, sotto la guida del Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin. Erano presenti 103 Rappresentanti pontifici e 5 Osservatori permanenti in Organizzazioni internazionali. Il cuore della “tre-giorni” è stato l’incontro con il papa.
Francesco ha raccomandato ai nunzi di essere «uomini di iniziativa» e, in proposito, ha citato un’affermazione del nostro Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso: «Senza un fondamento evangelico tutte le iniziative a poco a poco crollano». E, sottolineando che «il nunzio è uomo del papa», Bergoglio ha aggiunto: «È inconciliabile, quindi, l’essere Rappresentante pontificio con il criticare alle spalle il papa, o addirittura unirsi a gruppi ostili a Lui, alla Curia e alla Chiesa di Roma».

Alcuni osservatori hanno visto in queste parole un riferimento indiretto a monsignor Carlo Maria Viganò, nell’ottobre 2011 nominato da Benedetto XVI nunzio negli Stati Uniti d’America, dove è rimasto fino all’aprile del 2016. Poi è andato in pensione: per raggiunti limiti di età, formalmente (egli è del 1941); ma, secondo altre fonti, perché costretto dal papa a lasciare la carica.

Il prelato sostiene, infatti, di aver riferito al neo-papa Bergoglio, nel giugno ’13, del comportamento omosessuale del cardinale Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington; il pontefice afferma invece di aver saputo della “vita allegra” di quello solo nel 2018 (e perciò nel luglio dell’anno scorso gli tolse la porpora). Viganò ha replicato: «Il papa mente»; ma la Santa Sede ha ribadito la versione di Francesco. E pensare che la nunziatura negli Usa, oggi, è forse la più importante per la rete diplomatica vaticana.

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