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La tristezza di uno scivolo proibito

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Mio figlio ha infranto la legge. L’altro giorno, attraversando il parco Santa Chiara, mi ha lasciato la mano e si è messo a correre. È salito in un balzo sul castello con lo scivolo. Il tutto prima che potessi richiamarlo. Ammetto di aver esitato.

l nastro bianco e rosso era strappato e per un attimo ho pensato che l’area fosse aperta. Ma ho esitato anche perché c’è qualcosa di deprimente nel costringere un bambino ad abbandonare lo scivolo. Anche se sono mesi che non può salirci e non capisce perché. Anche se noi adulti ci siamo ripresi il bar, gli anziani possono sedersi sulle panchine, le coppie camminano mano nella mano. Ho preso tempo qualche secondo. Ho visto come sorrideva, ho sorriso anch’io; poi ho allungato le braccia per afferrarlo. «Mamma, ti prego, un’ultima scivolata, una sola!» ha urlato in lacrime quando l’ho fatto scendere. Poi ha iniziato a piangere, piangere, piangere.

Dare spiegazioni in quel momento era davvero difficile. Ci ho provato la sera, un attimo prima di aprire il libro di Peter Pan: amore, sullo scivolo e sull’altalena ancora non si può salire. Nel frattempo avevo chiamato il numero verde per le informazioni e quindi ero sicura del fatto mio: «La sanificazione non è garantita - mi ha risposto una voce gentile all’altro capo del filo - può darsi che qualcuno abbia strappato di propria iniziativa il nastro bianco e rosso, ma le aree gioco al momento sono chiuse». Non è stato facile trovare le parole. Lo scivolo per noi adulti è solo uno scivolo. Per un bambino, invece, è un castello. «Ma perché non si può salire - ha chiesto lui, di nuovo sul punto di piangere - i giochi del parco piacciono anche al virus? Si nasconde proprio là?». Per tutto il resto, in effetti, la situazione al parco sembrava normale. C’erano ragazzi in bicicletta, gruppi distesi a prendere il sole, coppie a passeggio. C’erano anche Caterina e la sua amica. Non un’amica qualsiasi, ma l’amica, quella che a dodici anni è importante come una consanguinea, a volte perfino di più. Era stata l’ultima persona che mia figlia aveva incontrato prima che il Coronavirus ci chiudesse tutti in casa. Ed è stata la prima che ha rivisto appena si è potuto: la nostalgia era troppa, non c’era videochiamata che bastasse. Non si sono potute abbracciare, si sono limitate a girare l’una intorno all’altra. Hanno però condiviso un tavolino all’aperto, mentre io e l’altra mamma ci siamo messe un po’ più in là: non ci volevano tra i piedi, era abbastanza evidente. Non so cosa si siano raccontate - non l’ho nemmeno chiesto - ma Caterina è tornata a casa rigenerata. Gli adolescenti si ritrovano: in questo periodo le stanze di scrittura creativa, che da tempo condivido con le mie classi, si riempiono con foto di gite insieme, passeggiate con l’amica del cuore e i cani di una e dell’altra, sorprese dei fidanzati alle 7 del mattino. Anche Silvia aspetta di rivedere le sue compagne. Io al momento ho dovuto rimandare. Precedenza ai figli, come sempre.

Conto i giorni e mi chiedo se sarò disciplinata come Caterina. Non so se potrò trattenermi dall’abbracciare le amiche dopo un’attesa così lunga. Mi rimane, nel frattempo, un ricordo un po’ amaro: è triste prendere un bambino e toglierlo a forza, mentre piange, dallo scivolo.

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