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La scuola ci manca sempre di più

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Il 3 aprile è passato. Aspettavamo questa data da un mese: era quella della sconfitta del mostro, del ritorno alla normalità, del rientro a scuola. Invece siamo ancora rinchiusi. Il virus non è sconfitto, di ritorni non si parla e la scuola ci manca.

Nel frattempo ci siamo attrezzati; siamo diventati espertissimi in videolezioni, webinar e piattaforme varie. Il latino lo spiego su YouTube, la letteratura italiana in mp3 e quando faccio l’appello ricordo a tutti di accendere la webcam. Tutto a posto, al momento: abbiamo capito il periodo ipotetico in latino e conosciamo la selva di Alfieri. Ma mi mancano i corridoi del «Da Vinci» all’intervallo, quando il campanello suona e fuori dalle aule si riversano decine, centinaia di studenti. Tanti hanno le monetine in mano e corrono (a noi docenti l’ingrato compito di farli rallentare) verso il banchetto delle merende, creando un gigantesco assembramento: stare in fila, ovviamente, non si può, anche perché è noto che le pizzette finiscono sempre prima. Oggi abbiamo dovuto vietare di far colazione in video (c’era chi si preparava il pane con Nutella in diretta), ma ho consentito il caffè; spesso in streaming mi compare la mano di qualche mamma premurosa, che allunga una tazzina.

Mi manca entrare in sala insegnanti alle sette e mezza, in tempo per la prima ora. Di solito arrivo già arzilla (in macchina sono sola e quindi canto a squarciagola). E mi sembrano arzilli anche i colleghi: c’è una confusione enorme, tutti salutano tutti e difficilmente si trova posto per la giacca sull’attaccapanni. Anche se è un giorno normale, ogni mattina si sente quel po’ di eccitazione dell’inizio: è già suonato il primo campanello? Mi avvio. Devo arrivare fino all’ala Est e ci impiego vari minuti. Adesso campanelli non ne sento, solo il clic di accensione dello schermo. E non devo camminare con la borsa a tracolla, non saluto i colleghi e il personale ausiliario. All’ala Est è un pezzo che non devo arrivarci, e me ne sto seduta di fronte ad una macchina.

Mi manca l’ingresso in classe (che paura quando ci sono entrata la prima volta!); inizio con un deciso «Buongiorno, signori!» a cui segue il saluto degli studenti, altrettanto squillante. A volte i ragazzi non sono ancora pronti ai loro banchi. In quesi casi, poiché il momento del sipario è importante, io esco di nuovo, chiudo di nuovo la porta e ripeto l’ingresso: la prima volta che l’ho fatto ci siamo messi a ridere. Da un mese, invece, sono io ad aprire la stanza virtuale, dove entrano i ragazzi uno ad uno. Stiamo tutti bene? Ci siamo tutti? Nei giorni scorsi qualche alunno è stato ammalato; anche prima della clausura invitavo a telefonare ai compagni assenti, ma ultimamente ho chiesto notizie con un’angoscia diversa.

Mi manca la lavagna: adoro trovarla pulita al mattino e riempirla di schemi, di frecce, di nomi. Mi piace rientrare dall’intervallo e trovarla piena di scritte degli studenti. A volte, quando sanno che sto arrivando (il mio arrivo non è mai a sorpresa, perché i tacchi risuonano dal fondo del corridoio), i ragazzi disegnano cuori e dentro ci scrivono: «Dante». Mi manca camminare per l’aula mentre gesticolo e parlo dell’Eneide.
Mi manca fingere sorpresa quando mi ripetono quant’erano difficili gli esercizi di latino, o dovermi arrabbiare di fronte a qualche stupidaggine da adolescenti, quando magari dentro di me sto ridendo. Mi manca lo scintillio di quando guardo la classe e mi rendo conto che hanno capito. In streaming lo scintillio si perde.

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