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Le nuove scuse: «Prof, non sento»

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«Prof, il microfono non si attiva» è il tormentone. Il Coronavirus ha cambiato anche il lessico della lezione.

Sarà un caso, ma gli studenti dal microfono difettoso sono quelli che, in tempi di scuola reale, rientravano in classe regolarmente con qualche minuto di ritardo. Ovviamente la scusa «Prof, mi hanno chiamato dalla segreteria» non ha più senso nei giorni della clausura, e allora vai con il microfono che non si accende. Il Coronavirus ha cambiato anche il lessico della lezione. In classe, quando chiedo un volontario per proseguire con la traduzione, i ragazzi si controllano le scarpe o si soffiano il naso.

In video assisto allo spegnimento immediato delle telecamere. In classe si parla uno per volta e per alzata di mano. In video alzare la mano non ha senso: abbiamo quindi stabilito l'accensione a turno dei microfoni (sempre che funzionino). Questo, oltre a consentire il rispetto dell'ordine, evita anche l'irrompere di fratellini che piangono o cani che abbaiano. La scusa del quaderno dimenticato a casa ovviamente non è più valida. Ma si può sempre ricorrere a «Prof, c'era un'interferenza e non ho capito la consegna… le avevo scritto una mail… Non ha ricevuto la mia mail?». Ah, la disgrazia della mail che si perde! In classe non ci si dondola sulle sedie: è un'abitudine che vieto soprattutto perché mi sembra pericolosa, e poi voglio che i ragazzi si concentrino su quello che spiego e non sul dondolio.

In video le telecamere vanno non solo accese, ma puntate sul viso di chi parla. Non inquadratemi gli stipiti delle vostre porte o l'armadio della camera, grazie. Il problema non è banale, visto che tanti studenti si collegano con lo smartphone, ma lo tengono disteso sul tavolo, ad inquadrare il soffitto invece del viso. Durante le interrogazioni (argomento spinoso, questo, perché ci è stato da poco comunicato che nel periodo di didattica a distanza dovremo anche esprimere delle valutazioni) ovviamente sono banditi i suggerimenti dei compagni di banco.

Adesso i compagni di banco sono a qualche chilometro di distanza, e allora è vietato aiutarsi aprendo internet: «Ma no, prof, cosa pensa, io stavo controllando che il microfono fosse acceso, mica aprivo un'altra finestra sullo schermo!» Certo, certo, ma per favore, niente risposte che assomiglino troppo a Wikipedia. A scuola non abbiamo un dress code vero e proprio, ma invitiamo spesso i ragazzi a venire con abbigliamento consono: niente bermuda a febbraio, per esempio.

In video, banditi i pigiami: davanti allo schermo ci si presenta pettinati e vestiti, come se si fosse a scuola. Il nuovo galateo è arrivato proprio oggi alle famiglie; niente pigiami, niente colazione in diretta, e si raccomanda la partecipazione: non è consentito collegarsi, dire buongiorno, poi spegnere la telecamera e andarsene. Siamo passati da «Prof, ero in segreteria» a «Prof, il collegamento non va». Da «Prof, non ho il quaderno» a «Prof, c'era un'interferenza». In tutto questo repentino cambiamento del linguaggio, un unico segnale di continuità: «Prof, non è suonata la sveglia» rimane un grande classico. È cambiata la situazione, ma non i ruoli: loro impegnati a fare gli adolescenti, noi gli inflessibili controllori. La sostanza è sempre quella. Per fortuna.

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