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Senza la scuola si sta peggio

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Fateci tornare a scuola. E che la frase sia scandita da oltre cinquemila persone scese in piazza nei giorni scorsi fa una certa impressione. Perché quelli che lo chiedevano erano adulti e bambini, genitori e studenti. In classe siamo più contenti e impariamo meglio, dice al microfono Piera di 8 anni.

Eppure eravate voi a dirci di non stare sempre attaccati allo schermo, è la recriminazione di Flavia che di anni ne ha dieci. Alunni delle elementari che sono a casa da mesi, sufficienti per rendersi conto che se all'inizio la vacanza inaspettata aveva fatto fare salti di gioia, dopo un po' diventa di una monotonia insopportabile starsene davanti al video dove non si respira l'aria della classe, non parli con il tuo vicino di banco, non c'è la maestra pronta a richiamarti all'ordine. E l'attesa della campanella che annuncia il momento della ricreazione e finalmente il ritorno a casa.
A casa i bambini ci sono stati per tanto tempo, ora non ne possono più. Anche il cellulare e il tablet e il computer sono venuti a noia. Va a finire che aveva ragione Oscar Wilde quando diceva: la scuola dovrebbe essere un luogo bellissimo, così bello che i bambini disubbidienti, per punizione, il giorno dopo dovrebbero essere chiusi fuori dalla scuola.

E l'emozione dell'ultimo giorno dove la mettiamo? Col caldo di giugno già si indossavano i calzini corti, quasi una promessa di libertà lontani dai libri. Sì, qualche ora ai compiti si doveva pur dedicarla durante l'estate, ma anche grande spazio ai giochi all'aria aperta con gli amici, in piena libertà. E tutto questo è stato perso in un attimo, all'inizio senza rendersi conto, poi è comparso l'insegnante sul video, tu e l'insegnante, soltanto parole senza il brusio della classe non è più scuola. E chi l'insegnante non l'ha visto neppure sul video perché non ce l'ha? E chi a casa non ha nessuno che gli possa dare una mano? Lo fa notare una mamma che al coronavirus attribuisce tra le altre anche la responsabilità di aver accentuato le disuguaglianze sociali, economiche, culturali. Perché – dice – i miei bambini e i loro cuginetti sono dei privilegiati, si può dire che in questo periodo hanno imparato anche più di prima perché li abbiamo potuti seguire personalmente, fornendo supporti di studio, allargando il campo delle informazioni. Praticamente come succedeva un tempo con i precettori nelle famiglie nobili dell'antica Roma, quando l'educazione dei bambini era compito dei genitori che in seguito li affidavano al pedagogo e quindi al magister fino compimento dei 12 anni, quando potevano passare (soltanto i maschi, per la verità) a studi più avanzati impartiti dal grammaticus.

Anche quelli erano dei privilegiati, ma oggi le cose funzionano in altro modo, quando funzionano. E qui sta il punto. La scuola ha un compito primario nella vita dei giovani e tuttavia non sempre ha la possibilità di svolgerlo perché l'istruzione da tempo ormai non è in vetta alle priorità che i governi dovrebbero aver messo in agenda. Senza l'attenzione necessaria, che significa intelligenti riforme e cospicui finanziamenti per realizzarle, anche la miglior buona volontà degli insegnanti non può fare miracoli. Riforme di studio ma anche di edifici scolastici, di supporti didattici indispensabili a una scuola moderna che prepari culturalmente e civicamente i cittadini di domani. Una scuola così ben attrezzata si farebbe apprezzare ogni giorno e non soltanto rimpiangere dopo mesi di assenza, magari solo come evasione dalla routine quotidiana. Certo l'educazione scolastica - come sosteneva Bertrand Russell - è una noiosa necessità, ma ogni educazione può essere piacevole se il bambino capisce che è una cosa importante. Prima di tutti però dovrebbero capirlo i politici che troppo spesso non ritengono questo un settore di primario interesse, quasi avessero il timore che tutti si possano appropriare dei mezzi necessari a ragionare e capire e difendere il proprio pensiero senza subire le influenze altrui. E se non è per quel timore lì, che spieghino allora per che cos'altro è.

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