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Quando allo stadio si tifava e basta

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Arbitro venduto. Appena qualche decennio fa, la domenica i papà andavano allo stadio con i figli. Era una festa, si poteva incitare la propria squadra, qualche volta si poteva perfino trasgredire alle regole della buona educazione: arbitro venduto. Era il massimo. Ma il calcio rimaneva un gioco, nessun pericolo in vista. Oggi lo stadio diventa troppo spesso un luogo per sfogare gli istinti più bassi.

Un luogo dove offendere gli avversari. «Negro di merda» è una frase che la prima mamma che passa si permette di lanciare a un bambino di dieci anni che gioca nei pulcini e che ha la pelle nera. Un bambino come suo figlio, che però ha la pelle bianca.

Una signora sull’autobus guarda la ragazzina che sta per sedersi accanto a lei. Non puoi, le dice. Non può perché sei nera.
Non è facile mettere a tacere il risentimento, non è facile non lasciarsi prendere dalla voglia di reagire. Ma un adulto lo può fare se ha la virtù della mitezza, un bambino no, un bambino non può capire, non ha ancora conosciuto la cattiveria e la stupidità. A un bambino come si spiega che bisogna perdonare perché solo i più intelligenti e i più coraggiosi lo possono fare. Però bisogna provarci perché questi bambini, diventati grandi, potranno contribuire a cambiare il mondo.

Allora, come ricorda il presidente onorario del Coni Giorgio Torgler, capiranno l’esigenza di stabilire una relazione virtuosa fra lo sport e l’educazione, fra lo sport e la cultura. Una citazione di Roosvelt contribuisce ad ampliare gli orizzonti: non possiamo sempre forgiare il futuro per i nostri giovani, ma forgiare i nostri giovani per il futuro.
C’è tanto lavoro da fare e ovviamente non soltanto nello sport. Ma la speranza non è morta vedendo certi esempi di grande civiltà come quello che sta dando a quasi 90 anni Liliana Segre, reduce dal campo di Auschwitz e oggetto di indicibili offese. Si può riprendere in mano il bandolo per uscire da questo vicolo cieco, nonostante il quadro dell’intolleranza e dell’aggressività, che sia contro gli ebrei o gli zingari o gli omosessuali o gli immigrati, presenti al momento uno sfondo sempre più nero.

No alla vendetta, ma serve fermezza. Sempre, non soltanto quando certi casi hanno maggiore eco perché coinvolgono personaggi famosi, com’è successo durante la partita allo stadio Bentegodi quando un coro razzista ha investito Mario Balotelli. E che il coro sia stato intonato da dieci o da cento non conta, anche un solo corista deve far scattare l’allarme. Non è ammissibile che si voglia minimizzare scambiando gli insulti per goliardia, com’è stato fatto da un dirigente che descrive i tifosi del Verona come dei mattacchioni che hanno un modo di sfottere gli avversari carico di ironia, non certo di razzismo. Strano, quello sembrava proprio razzismo.

Vanno ritrovati i valori per restituirli alla vita quotidiana, ai rapporti sociali che si sono deteriorati, al confronto delle idee. E deve contribuire a restituirli, tra gli altri soggetti, anche chi dà l’esempio con le parole e le azioni, perché il suo ruolo glielo impone. Pare viceversa che un certo linguaggio, che non è mai forma ma è sostanza, sia stato sdoganato andando così ad alimentare gli istinti più bassi del cosiddetto popolo. E allora diventa una contraddizione che dovrebbe sembrare evidente, per esempio, quello sbandieramento di rosari e crocifissi che contraddistingue l’ex Ministro dell’Interno perchè - come afferma il presidente Mattarella - la fede va invece vissuta in modo laico.

Altre le parole che arrivano dal cardinale Ruini: non condivido l’immagine troppo negativa di Salvini che viene proposta in alcuni ambienti, penso che abbia notevoli prospettive davanti a sé anche se ha bisogno di maturare, afferma, auspicando un incontro con lui. Risponde padre Zanotelli: come si fa a dialogare con lui? Esprime un’estrema destra di cui bisognerebbe solo avere paura.
Quando avverrà l’incontro, Salvini lo farà sapere al popolo. E l’incontro con la senatrice Segre che pur si dà per certo che sia avvenuto? Salvini non l’ha fatto sapere, quindi non è avvenuto.

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