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La politica come «Lascia o raddoppia»

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Allegria, torna «Lascia o raddoppia». O almeno torna il noto slogan di Mike Bongiorno, allegria che tutto funziona, quale busta desidera, la 1 la 2 o la 3? Matteo Renzi se n’è andato dal Pd considerato un partito novecentesco che non funziona più, ora c’è bisogno di una cosa nuova, allegra e divertente. Italia Viva e Viva l’Italia. Governo sta sereno, anche se l’ex premier Enrico Letta, che di serenità ha una certa esperienza, ritiene che il «governo e il centrosinistra siano meno forti dopo la scissione che non ha ragioni politiche». Eppure qualche ragione dovrà pur esserci e se Romano Prodi afferma «questa frammentazione ci distrugge» speriamo che alla lunga - o forse meglio a breve - si possa dimostrare che ha sbagliato le previsioni. Nel frattempo ricordiamo il motto «stiamo lavorando per gli italiani». Che si chiamino popolo o che qualcuno, come il premier Conte, torni a definirli cittadini, gli italiani continuano a sperare che si stia lavorando per loro, che le cose cambino, il che dovrebbe significare che le cose finora non sono cambiate.

Intanto sul pratone di Pontida s’è detto che il tempo stringe, che bisogna ribaltare subito questo governo del quale la maggioranza degli italiani non è contento e far tornare quello di prima del quale un’altra maggioranza degli italiani non era contento. Due maggioranze, sembra una contraddizione. Da Pontida Salvini assicura: questa è l’Italia che vincerà, nei prossimi trenta mesi milioni di italiani voteranno, in tutte le regioni al voto: vincere. Sìììì, acclamazione.
La parola d’ordine è una sola: vincere e vinceremo. Sìììì, acclamazione. Sono passati 79 anni tra l’una e l’altra acclamazione, situazioni diverse, personaggi diversi, storia diversa, ma il popolo, quando acclama, acclama sempre allo stesso modo.

A Pontida c’era pure qualche indisciplinato, chi ce l’aveva col Capo dello Stato Mattarella che - dice - gli fa schifo, chi spacca con un pugno la telecamera di un giornalista, chi insulta Gad Lerner definendolo ebreo, comunista, straccione. La faccia dell’urlatore, guardando le foto, sembra davvero sconvolta dalla rabbia, solo che non si capisce perché con quei tre aggettivi ritenga di lanciare un insulto. Forse ha semplicemente equivocato lo slogan innalzato sul fondale del palco che recitava: la forza di essere liberi. Liberi di fare e dire qualsiasi cosa, anche la più scombussolata? Salvini tuttavia pone un freno:l’odio e la paura non abitano a Pontida, col sorriso si risponde agli insulti. Ma chi è stato insultato in questi casi? Va bene porgi l’altro guancia, ma se gli insulti continuano due guance alla fine non bastano più.

Con i mezzi d’informazione nei mesi scorsi non sono stati usati molti riguardi, nemmeno da parte di chi - i due vicepremier, tanto per dire - dovrebbero dare un esempio di rapporti civili. Lo sottolinea pure il sottosegretario all’editoria, Martella, quando afferma che non è più rinviabile l’impegno da parte di tutti affinchè si metta fine a una stagione di odio verso la libera informazione. E il segretario del Pd, Zingaretti, sui giornalisti minacciati e insultati commenta: siamo di fronte all’intolleranza e all’odio per la libertà di pensiero, è l’eterno ritorno di qualcosa di antico.

Odio, una parola che ricorre troppo spesso. Chissà se sarà sufficiente la promessa di discontinuità fatta dal Presidente del Consiglio. Prometto toni miti - assicura Conte - e concordia istituzionale. No alle ingiurie via social, toni miti anche tra le forze di governo, è assolutamente necessario misurare le parole. Niente più spensierati e insolenti vaffa, allora. Niente più minacciosi «datemi i pieni poteri».
Anche l’allegria da sola non basta. E in una pausa dal lavoro non sarebbe inutile che gli uomini del governo e quelli dell’opposizione leggessero qualche pagina di Kant, anche solo là dove scrive: la bestialità del violento va soltanto curata, rimossa, perché l’uomo è dotato di ragione ed ha la parola che serve ed è funzionale alla costruzione del pensiero.

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