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Ogni ministro, una riforma: scuola ko

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Era l’estate del 2017 quando Alberto Asor Rosa, storico della letteratura e docente all’Università la Sapienza di Roma, invocava l’urgenza di una riforma scolastica in risposta alla volontà ministeriale di accorciare d’un anno il corso della scuola media superiore. E lo diceva così: non un anno in meno, ma un secolo in più. Intendeva ovviamente che quell’anno ritenuto di troppo e sostituibile da programmi compressi - del resto fanno così in molti Paesi europei, questa una delle giustificazioni - sarebbe potuto servire invece per ampliare la conoscenza del secolo appena trascorso e per entrare nell’attualità del momento.

Un secolo sul quale si è sorvolato anche allora con programmi che più o meno si fermavano alla prima guerra mondiale, perché affrontare la seconda era pericoloso, troppo vicina a ideologie da dimenticare in fretta. Chi ha studiato qualcosa in più lo deve soltanto alla buona volontà e alla coscienza dei singoli insegnanti. Attualità? Ma quando mai, la frattura tra la scuola e la vita oltre quei muri era profonda, altro che «non scholae sed vitae discimus», non impariamo per la scuola ma per la vita, Seneca lamentava proprio l’opposto «non vitae se scholae discimus», non impariamo per la vita ma per la scuola. E più o meno era proprio così.

Ciò nonostante, quello che si studiava lasciava buone fondamenta e dava una spinta ad affrontare in seguito i libri con un serio impegno personale. Oggi non sempre succede, anzi, pare che tutto si sia ristretto così da trovarsi con le basi del passato fragili e con un presente pieno di forse. Nell’attuale momento delle maturità basta leggere le dichiarazioni di alcuni studenti intervistati all’uscita di classe per capire che certe lacune sono proprio strutturali, non vengono cioè dalla negligenza nello studio, ma dall’assenza di sollecitazioni scolastiche adeguate. Soprattutto assenza nei collegamenti tra passato e presente e quindi incapacità di interpretare ciò che è stato e di riconoscerne l’influenza su ciò che è. Del resto troppe cose rientrano ormai sotto la voce rottamazione e spesso rimane davanti il vuoto da riempire con un tipo di cultura a caratteri limitati, tanto limitati da far apparire il vecchio Bignami quasi un’enciclopedia.

Se vogliamo parlare di colpe, non dobbiamo certo partire dal corpo docente che normalmente l’impegno ce lo mette tutto, ma dalle politiche scolastiche che cambiano ad ogni cambio di ministro. Le

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