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Rapporto tra alimentazione e Parkinson

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Su invito dell’Associazione Parkinson, ho tenuto a Rovereto un incontro sulla corretta gestione del comportamento alimentare in questa malattia. Ho promesso che avrei inviato loro un riassunto della relazione, che condivido con voi. La diffusione del Parkinson, come tutte le malattie neurodegenerative, sta aumentando in tutte le classi di età e in tutto il mondo.

E purtroppo, talvolta, colpisce anche persone sotto i cinquant’anni. Essa si caratterizza per la ridotta produzione di dopamina in particolare in un’area chiamata Sostanza Nera, ed in genere nei nuclei del cervello deputati al controllo del movimento. I sintomi più noti sono il tremore a riposo, la lentezza dei movimenti, la rigidità che in genere interessano una metà del corpo più dell’altra.
Lo stretto rapporto tra alimentazione e Parkinson sta nel fatto che la dopamina viene prodotta a partire da due aminoacidi (i “mattoni” delle proteine): tirosina e fenilalanina. A sua volta, a partire dalla dopamina, l’organismo produce la noradrenalina e l’adrenalina.

I classici accorgimenti nutrizionali consigliati sono stati quelli di concentrare l’assunzione delle proteine alla sera, mentre il classico primo piatto a pranzo a base di carboidrati complessi, dovrebbe essere a ridotto apporto proteico, evitando così l’assunzione di quegli aminoacidi che interferirebbero con l’assorbimento della levodopa, il farmaco che aumenta la produzione di dopamina.
È noto da tempo che nelle cellule nervose dopaminergiche dei pazienti parkinsoniani si osservano dei granuli specifici di questa malattia, chiamati corpi di Lewy, che sono costituiti da aggregati di una proteina alfa-sinucleina “difettosa”. Questi granuli impediscono un corretto funzionamento dei neuroni.

Negli ultimi anni c’è un accresciuto interesse ai sintomi non-motori del Parkinson che possono ulteriormente peggiorare la qualità della vita dei pazienti, quali: la depressione, l’apatia, la mancanza di energia, i disturbi urinari, la perdita dell’olfatto, che anticipa di 4-5 anni i sintomi motori, ma l’attenzione dei ricercatori si è focalizzata in particolare sui disturbi intestinali.

Già 2.500 anni fa Ippocrate, il padre della Medicina, ci ammoniva che «Tutte le malattie hanno origine nell’intestino» ed anche per la malattia di Parkinson è stata formulata l’ipotesi che esso cominci nell’intestino. Vediamo le osservazioni che supportano queste ipotesi.
I disturbi gastrointestinali sono presenti anni prima dello sviluppo dei sintomi motori e quegli aggregati di alfa-sinucleica che compromette la funzionalità dei neuroni del cervello sono stati osservati prima nei nervi intestinali che nel cervello. Sembra che questi corpi di Lewy, un po’ alla volta nel corso degli anni risalgano il nervo vago, quel nervo che porta al cervello tutte le informazioni raccolte dalle migliaia di sensori presenti lungo l’intestino e da qui si propaghino a tutto il sistema nervoso centrale.
Sperimentalmente in topi predisposti allo sviluppo del Parkinson, è stato dimostrato che la vagotomia, ovvero il taglio del nervo vago, li protegge dalla malattia.

Infine negli ammalati di Parkinson, è stato documentato che il microbiota, ovvero quella massa di 100.000 miliardi di batteri che abitano il nostro intestino, è alterato, tanto che negli Stati Uniti si sta studiando sperimentalmente il trapianto fecale, come già si fa per altre malattie intestinali. Questa metodica consta nel prelevare le feci dall’intestino di un soggetto sano e dopo averle lavorate, vengono infuse in quello del paziente ammalato. Lavori recentissimi hanno addirittura ipotizzato che forse il Parkinson possa essere una malattia di tipo autoimmune scatenata da un’infezione intestinale.
Qualcuno ha ipotizzato pure che possano essere delle tossine ambientali che entrate nell’intestino possano innescare una qualche reazione che comporti la produzione di alfa-sinucleina danneggiata, la quale poi risalendo dall’intestino al cervello ne causa la malattia.
Un’altro fatto interessante, che lega il Parkinson con l’alimentazione, è stata l’osservazione, in due sperimentazioni cliniche svolte negli Stati Uniti, che i farmaci usati per il diabete riescono a rallentare la progressione della malattia.

A questo punto mi chiedo se l’esagerata assunzione di zuccheri semplici da parte della popolazione negli ultimi 50 anni accompagnato dal crollo del dispendio energetico nella pratica lavorativa quotidiana, abbia favorito una specie di “intossicazione del cervello” favorendo lo sviluppo delle malattie neurodegenerative, in quanto la Malattia di Alzheimer viene definita anche il “Diabete di terzo tipo” e la malattia di Parkinson migliora i sintomi con i farmaci antidiabeti.
Nei prossimi anni la ricerca permetterà di capire meglio queste strane parentele, ma il sospetto che Ippocrate ci abbia visto giusto è grande.

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