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L'obesità e l'ipotesi del gene risparmiatore

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La scorsa settimana, ho descritto le dure condizioni di vita, vissute dai neri d’America per quasi 300 anni, che hanno favorito la selezione di una popolazione con un “gene risparmiatore”, efficientissimo nell’accumulare grasso in condizioni di disponibilità di cibo ed altrettanto efficace nel ridurre il dispendio energetico, in periodi di mancanza di cibo.

L’articolo ha suscitato l’interesse di numerosi lettori e due di loro mi hanno scritto per farmi notare che il problema dello spiccato aumento di peso dei neri d’America non è solo dovuto ad aspetti biologici ma anche alle loro condizioni sociali.
Indubbiamente non posso che essere d’accordo con loro. Negli Stati Uniti, dove l’obesità ha raggiunto livelli record del 33% della popolazione, è noto che questa malattia è inversamente proporzionale al reddito ed al grado di scolarizzazione. Ovvero sono le classi più povere e meno istruite ad ingrassare di più. Per inciso, vi ricordo che il salario medio dei neri è circa un quinto rispetto a quello dei lavoratori bianchi ed il numero di laureati è meno della metà.
Negli Usa, le classi sociali meno abbienti fanno largo uso di cibi “spazzatura”, poco costosi ma molto ricchi di zuccheri e di grassi e soprattutto, a differenza dei bianchi benestanti, non sempre hanno una copertura assicurativa che permetta loro di curarsi. Purtroppo i vari tipi di farmaci presenti sul mercato americano per la cura dell’obesità sono piuttosto costosi. Ma ritorniamo agli aspetti biologici, a me più consoni di quelli sociali.

L’ipotesi della selezione del “gene risparmiatore” è stata proposta più di 30 anni fa per giustificare l’aumento di peso soprattutto in determinate popolazioni. Secondo questa ipotesi, tale gene si sarebbe selezionato in seguito alla comparsa dell’agricoltura 8-10.000 anni fa. La coltivazione dei campi, avrebbe messo a disposizione abbondanti raccolti, tanto da consentire uno rapido incremento della popolazione, alla quale, ciclicamente ogni 10-15 anni, si sarebbe associata una carestia causata da eventi che compromettevano il raccolto, quali: alluvioni, siccità, gelate, malattie delle piante, devastazioni delle cavallette e così via.

Per un decennio la popolazione cresceva a dismisura e poi in un anno c’era chi non riusciva a superare il periodo di penuria alimentare, perché avendo bisogno di una maggior quantità di cibo, rispetto agli altri, soccombeva. A quel tempo, sopravvivevano quelli che in tempi di disponibilità di cibo accumulavano di più e in condizioni di carestia riducevano il dispendio energetico e riuscivano a sopravvivere con pochissimo cibo grazie ad un metabolismo più risparmiatore.
Ancora oggi in India si sta verificando un fenomeno simile. Nell’ultimo secolo la popolazione è aumentata a dismisura e la ricchezza si è distribuita in maniera difforme, i ricchi sono diventati sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri. Oggi sopravvivono i poveri capaci di superare la giornata con un solo pugno di riso al giorno o poco più. Ci si aspetta che tra 50-100 anni quando anche i loro nipoti avranno acquisito un certo benessere economico, subiranno un aumento di peso smisurato, simile a quello avvenuto nei neri-americani negli ultimi 50 anni.

Il metabolismo è un po’ come lo stipendio. C’è che vive con 5.000 euro al mese e spende e spande, chi vive con 2.000 e chi vive con 800 euro, risparmiando su tutto e privandosi di un sacco di cose. Certo è che chi ha vissuto per anni con 800 euro, anche in condizioni diverse non riuscirebbe mai a spenderne 5.000 perché non sarebbe capace di buttare i soldi, avendo conosciuto momenti difficili e talvolta drammatici. Questi individui tenderebbero sempre a risparmiare e a spendere poco anche se avessero maggiori disponibilità economiche.

Nel caso dei neri d’America la selezione è stata ancora più spinta perché durante le attraversate oceaniche sopravvivevano solo quelli che avevano un metabolismo che consumava pochissimo ed anche le generazioni successive, avendo vissuto per dei secoli, in condizioni di estrema povertà, con giornate interminabili di lavoro nei campi, ripagate con quantità di cibo modestissime, hanno contribuito a forgiare il loro “motore”, in modo tale da renderlo molto efficiente e a basso consumo.

Per comprendere meglio quello che è successo al loro metabolismo, fate riferimento per un attimo al mondo animale. Sappiamo che storicamente si sono sempre alternati inverni più o meno rigidi e più o meno nevosi. Ebbene pensate ora a cosa succederebbe ad animali come caprioli, cervi e camosci, se per 10-15 anni consecutivi si succedessero inverni particolarmente freddi con 10-15 metri di neve ed interminabili: morirebbero moltissimi animali e si selezionerebbe, in tempi molto rapidi, una razza di animali che d’estate accumula maggiori quantità di grasso e più velocemente. Probabilmente dopo 10 anni sarebbero più pesanti dei loro avi.

Se dopo dieci anni di inverni rigidi si succedessero inverni caldi con poca neve, i sopravvissuti a questa selezione, grazie a primavere ed estati con abbondanza di cibo, per alcune generazioni, tenderebbero ad ingrassare sempre di più. Questo è un po’ quello che è successo alle generazioni figlie della deportazione degli schiavi di 3-400 anni fa.
Noi siamo piuttosto fortunati, perché nonostante quotidianamente vengono lanciati degli allarmi sulla crescita esponenziale dell’obesità nella nostra società, posso dire che in realtà in Trentino questa è una malattia che da 30 anni interessa invariabilmente il 9-10 % della popolazione. E forse anche loro non sono altro che i pronipoti dei loro avi “risparmiatori”.

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