L’intervento

Violenza, la scuola è il primo argine

I dati Istat 2025 segnalano un'impennata di abusi contro le 16-24enni. Eppure cresce il negazionismo sulla prevenzione educativa, mentre restano ignari—adulti, insegnanti, genitori—dei rischi digitali che i minori affrontano in solitudine

Le giornate celebrative come quella del 25 novembre che ogni anno affronta il tema della violenza sulle donne sono un momento di dibattito, di conteggi e di prospettive. Per il 2025 l'Istat ha dati parziali ma impressionanti. Benché fino a questo momento appaia in calo il numero dei femminicidi, segnala importanti aumenti delle violenze subite dalle giovanissime (16-24 anni).

Dice che vi è una «una maggiore consapevolezza dei rischi da parte delle donne» ma rileva che ancora «rimangono stabili i comportamenti di denuncia (10,5%)». Appare fuori luogo e grave, allora, la dichiarazione sentita negli ultimi giorni «Non c'è una correlazione fra l'educazione sessuale a scuola e una diminuzione di violenze contro le donne». Frase che esprime l’inutilità della prevenzione e dell’educazione sessuale, di quella affettiva e alle relazioni.

Invece secondo numeri dell’Istituto Nazionale di Statistica, c’è un urgente bisogno di azioni formative da sviluppare a scuola, di progetti educativi e non di informazioni, di laboratori sulla violenza e non solo di parole per saperla contrastare, di attività per la rappresentazione delle emozioni e di strumenti per gestire i conflitti nelle relazioni, anche quelle familiari, dove purtroppo è ancora elevata la violenza fisica, sessuale e psicologica.

Progetti e prevenzione che la scuola dovrebbe assumere, promuovere e gestire. Invece proprio lì si fatica a vederne la necessità e solo da poco si tenta di parlarne, o per meglio dire si inizia a pensare a momenti di confronto sullo sviluppo di competenze non cognitive.

Da qui all’introdurre nel curricolo scolastico l’educazione affettivo-sessuale ne passerà. E ancora più tempo servirà per mettere a punto progetti rivolti all’infanzia e alla preadolescenza che oggi si confronta sempre più precocemente con la sessualità veicolata dalla rete e fruita senza controllo adulto da un elevato numero di minori di cui nessuno si accorge, che naviga di notte e in solitudine sui social.

Servirebbero progetti di educazione digitale da rivolgere ai minori, sempre più esposti ai pericoli di internet e contemporaneamente agli adulti, genitori, insegnanti, educatori. Mi capita spesso di incontrare questi ultimi poco competenti, spesso privi di conoscenze digitali, che ad esempio non sanno ancora cosa sia il sexting che i bambini praticano già alla primaria, e sono ignari della violenza della pedopornografia o del Revenge porn. Anche lo sviluppo di programmi di educazione alle relazioni andrebbe promosso per gli adolescenti e gli adulti.

Servirebbe ai giovani per migliorare il rapporto tra i pari e aumentare il rispetto reciproco, mentre agli adulti potrebbe essere utile per ridurre quella povertà educativa di cui tanto si parla e migliorare la comunicazione. Il disagio e la solitudine giovanile sono spesso il risultato di una carenza di sguardi adulti, dell’incapacità di ascolto e di attenzione, di una comunicazione svuotata di partecipazione emotiva, di genitori poco autorevoli e, in adolescenza, di padri mancanti di funzioni, latitanti sul piano affettivo, poveri di normatività ma anche di abbracci.

Giuseppe Maiolo - Psicoanalista Università di Trento -

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