Lanterna magica

Nascosta nel “fogolar” della Cervara per salvarsi dagli agenti di Israele

Celeste Di Porto detta “Pantera Nera” era stata nascosta nel “fogolar” di Chiara Lubich per salvarla dagli agenti di Israele. Gli 007 di Tel Aviva la cercavano per ucciderla vendicando gli ebrei del Ghetto di Roma da lei venduti a Herber Kappler, il comandante delle SS nella Capitale.

La guerra era finita da tre anni quando nel maggio del 1948 il settimanale “Tempo” iniziava la pubblicazione della storia della donna ebrea che consegnava per danaro gli ebrei ai nazisti, del suo arresto, del processo, quel farsi cristiana – così potrebbe apparire – più per fuggire dagli agenti di quello che nel 1949 diventerà il Mossad, che per folgorazione della fede. La vicenda venne ricostruita solo dai giornalisti del settimanale di Mondadori e fotograficamente dall’ americana “Life” fino alla sua conclusione a Trento nell’ accoglienza del primo nucleo di “pope” e “popi” raggruppati alla Cervara nel “fogolar” di Chiara Lubich. Un dramma intitolato “Peccato e Redenzione” sviluppato addirittura su cinque puntate e che segna un’ epoca ben precisa: quella del Quarantotto, l’anno del 18 Aprile con la vittoria nelle urne dei democristiani sui comunisti, di Alcide Degasperi su Palmiro Togliatti, degli Stati Uniti sull’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche, la CCCR in cirillico. E moltissimi italiani abbandonarono lo studio della lingua russa nella conquistata certezza che i cosacchi dell’Armata Rossa non avrebbero abbeverato i loro cavalli nelle fontane del Bernini in quel di Roma.

Nello stesso numero il settimanale cominciava a pubblicare il diario di Galeazzo Ciano già Ministro degli Esteri, il genero del Duce fucilato a Verona per tradimento al fascismo, la biografia di Winston Churchill scritta da Indro Montanelli, la storia del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi e un breve però acuto ritratto di Alcide Degasperi. L’articolo è firmato da Carlo Laurenzi che è stato un giornalista importante, direttore de “La Fiera Letteraria” poi inviato di “Tempo”, successivamente de “La Stampa” di Torino, del “Corsera” per entrare nel 1974 nella redazione de “Il Giornale” di Montanelli e come autore del romanzo “Quell’antico amore”, finalista nel 1972 del premio Campiello. Dunque, un nome di spicco del giornalismo del primo dopoguerra per un settimanale che in quel Quarantotto era ai vertici dell’informazione e, forse, il più letto in Italia.

Una ricostruzione puntuale di una vicenda voluta un po’ dagli americani e un po’ dalla Chiesa che, ancora, stupisce  i lettori. Ecco, “Celeste vive adesso in una cittadina del nord, nel duro e dolce paesaggio delle montagne. E’ una donna lontana dalla pace: pena che si giustifica agli occhi degli ebrei come frutto del rimorso e agli occhi dei cristiani come dolente conquista delle Grazia. E’ la maniera dei giudei, mi spiega il suo confessore; la fede di questa creatura ricorda quella di San Paolo neofita, tutta sofferenza e violenza. In realtà il disagio di Celeste nasce da ragioni mediocri, dal sentirsi sola, remota dalle amicizie del carcere, impaurita di fronte all’avvenire, senza danaro né abiti decenti. Il fatto che io venga da Roma” – il giornalista era stato portato a Trento, città che non nominerà mai per non svelare il nascondiglio di quella donna – “la incuriosisce e in fondo la rassicura. Non si farà monaca, contrariamente a quanto hanno scritto i giornali; vuol bene ad un giovane lontano ed è una vicenda d’amore carcerario non priva di quel romanticismo che caratterizza gli amori impossibili.

Adora il cinema: la sera che precedette il suo arresto a Napoli” – venne fermata, così si disse, in una casa di tolleranza dove sarebbe stata scoperta da due giovani ebrei – “aveva visto Prigionieri del Passato” pellicola con Greer Garson girata negli Usa nel 1942 dove la trama rimbalzando fra memoria ed amnesie sembra cucita addosso alla figura della Di Porto, “e il ricordo di quel film rimase per molto tempo la sua unica luce in galera. Ora è ospite di una congregazione di pie signorine che detestano il cinema: come posso spiegar loro, mi dice Celeste, che mi ci accompagnino? Sono così buone che lo farebbero, ma è certo che al buio chiuderebbero gli occhi per non  vedere”.

Scrive il giornalista Laurenzi: “Eppure queste ragazze la guardano come un esempio, si dicono predilette da Dio che ha loro concesso di accoglierla, invidiano il suo battesimo recente goduto nella pienezza consapevole dettata dall’età. Ed hanno rischiato non poco per proteggerla: i giorni che precedettero le elezioni (quelle del 18 Aprile, nda) quando Celeste era appena arrivata nella loro cittadina, dovettero nasconderla e fortunosamente sviare improvvisi sospetti [perché] se si fosse saputo il vero essere della ragazza non c’ è dubbio che l’esito dei suffragi locali, favorevolissimo alla Dc, si sarebbe rovesciato a vantaggio del Fronte, (il Fronte Democratico Popolare che comprendeva il Partito Comunista – il Pci – e il Partito Socialista, nettamente sconfitto, nda). Chiunque non può che ammirare l’animosa dedizione delle benefattrici di Celeste”. Ma quella donna veniva ricercata dagli ebrei sopravvissuti allo sterminio e da quanti erano stati partigiani perché come riporta “Tempo”, avrebbe mandato a morte più di cento correligionari. Ricercata soprattutto da Enzo Franceschini nato a Villa di Strigno ai piedi del Monte Lefre, latinista, accademico del Cai, rettore dell’Università Cattolica, esponente di spicco del Partito Comunista, l’uomo che aiutò Concetto Marchesi rettore dell’Università fondata da padre Agostino Gemelli a rifugiarsi in Svizzera dopo l’8 Settembre. La cercava anche Gino Lubich, fratello di Chiara, partigiano, comunista, torturato dai nazisti. Forse sapeva dove si trovava e scongiurava la sorella di farla sparire perché erano in molti sulle sue tracce. Lo Stato di Israele era appena nato; a Roma in via Reno 2 dove si apriva la delegazione italiana della Judish Agenzy for Palestine meno importante di quella di Gerusalemme  e di New York ma più importante di quelle di Londra e Parigi, fra la massa di giovani ebrei pronti a partire per la Terra Promessa per combattere gli arabi,  ce ne erano diversi che conoscono la Di Porto e avevano la licenza di uccidere quanti mandarono nelle camere a gas gli ebrei italiani.

Convertita a no, la Di Porto era una criminale di guerra, fuggita fortunosamente da Roma e sfollata nell’incontrollabile caos di Napoli ridotta ad un cumulo di macerie e del suo porto strategico per gli Alleati. Quando i carri armati americani sfilavano ai piedi dell’ Altare della Patria nel tripudio della folla, e chissà quanti di loro avevano applaudito il Duce quando aveva annunciato al Mondo la consegna dei passaporti agli ambasciatori di Francia e Inghilterra, gli ebrei superstiti avevano assalto al numero 2 di via della Reginella, la casa di Celeste, schiodando la porta, cercando la donna per fare giustizia sommaria. Ancora dalle pagine di “Tempo”: “La trovò a Napoli Elio Polacco un giovane israelita che prestava servizio militare nella città. Celeste non poteva sfuggire per la sua esuberante bellezza; Polacco la incontrò per strada o, forse, in una casa di tolleranza e le chiese: Sei tu Celeste Di Porto? Rispose: mi chiamo Stella Martinelli, ma salta fuori la sua vera identità”. E’ il 18 aprile del 1945, il giorno della cattura di Celeste; la guerra sta per finire, al nord le città si ribellano ai tedeschi, c’è voglia di giustizia immediata, di mettere al muro i traditori, i collaborazionisti, i responsabili dei molti delitti e per la “Pantera Nera” sono giornate di suprema angoscia e quell’essere in carcere detenuta però protetta, le ha, di certo, salvato la vita.

Tre anni dopo tutto era finito. Il settimanale pubblica  a tutta pagina la fotografia del rito del battesimo. Celeste di Porto chiamata “Pantera Nera” in abito bianco, in ginocchio, le mani giunte, è ritratta nella basilica di San Francesco in Assisi e nella didascalia si legge: “Ecco Pantera Nera mistica il giorno in cui le furono impartiti i sacramenti dal Battesimo all’Eucarestia. E’ il 21 marzo del 1948, domenica delle Palme. Dietro a Celeste Di Porto è la sua madrina, una signora molto bella che vive a Roma e tiene molto a conservare l’incognito”.  E aveva ragione a non farsi riconoscere. La madrina era Elena Hoehn, nata nella Slesia dove visse cento anni esatti ed era stata un ufficiale della Gestapo in servizio nella Capitale. Subito dopo la liberazione di Roma il maggiore dell’Arma dei Carabinieri Reali Romolo Guercio la denunciò accusandola di aver fatto catturare il colonnello Giovanni Frignani l’ufficiale che per ordine Vittorio Emanuele III organizzò l’arresto di Mussolini nel parco di Villa Savoia, l’abitazione del re, il maggiore Ugo de Carolis e il capitato Raffaele Aversa, tutti assassinati alle Fosse Ardeatine. Arrestata, venne subito rilasciata e due anni dopo, il 23 marzo del 1946 di nuovo arrestata dal maggiore Giorgio Geniola che comandava la Compagnia Carabinieri della Capitale: con un rapporto di mille pagine consegnato al procuratore generale della Corte d’Assise di Roma accusava la Hoehn di una vasta operazione di spionaggio che per anni aveva coinvolto industriali, ministri fascisti e alti prelati perché l’attività della spia si svolgeva anche nelle non sempre silenti stanze della Città del Vaticano. Tornò libera in forza della famosa amnistia firmata da Palmiro Togliatti.

Subito dopo l’8 settembre del 1943 Roma era diventata un diabolico intreccio di spie, delatori disposti a vendere antifascisti, partigiani che erano pochi ma subito chiamati “banditi”, soprattutto ebrei e prigionieri inglesi e americani evasi, ma sarebbe meglio dire legittimamente fuggiti, dai campi di concentramento in quelle giornate di caos che vanno dal 26 luglio, il giorno che venne comunicato al Mondo l’arresto di Benito Mussolini a quello dell’ arrivo degli americani.

Il re Vittorio Emanuele invitando nella sua dimora Mussolini  dicendogli che lo avrebbe protetto, lo aveva fatto arrestare. Poi il 3 settembre a Cassibile, alla periferia di Siracusa – tutta la Sicilia era in mano agli Alleati e gli anglo americani avevano fucilato molti soldati italiani che, lietamente, si erano arresi agli Alleati – l’ Italia aveva firmato la resa di nascosto dai tedeschi. Diventato Capo del Governo il 25 luglio del Quarantatrè, cioè appena defenestrato il Duce, Pietro Badoglio fece tutto da solo. Del resto era il Marchese del Sabotino per nomina motu proprio del re Vittorio Emanuele, Duca di Addis Abeba divenuto tale dopo la guerra contro l’Etiopia – i fascisti preferivano chiamarla Abissinia – voluta da Mussolini per dare a Roma l’impero, Maresciallo d’Italia e senatore del Regno. Vedrà il suo nome inserito nella lista dei criminali di guerra accusato di aver impiegato i gas in Etiopia per sterminare soldati e civili – “l’Italia in Abissinia va a tutto gas” si scherzava nei caffè dove si beveva il carcadè l’ unico prodotto importato da quella terra – ma nessun italiano venne processato per i delitti commessi in guerra. Certo, riunì il governo solo per annunciare che le trattative per la resa erano "iniziate". Gli Alleati, da parte loro, fecero pressioni su Badoglio affinché rendesse pubblico il passaggio di campo dell'Italia, ma il maresciallo tergiversava. La risposta degli anglo-americani fu drammatica: gli aerei alleati scaricarono bombe sulle città della penisola. Nei giorni che vanno dal 2 al 7 settembre i bombardamenti furono intensi: attaccarono Trento distruggendo il rione della Portela dalla chiesa di Santa Maria Maggiore alla basilica di San Lorenzo. Poi 130 B-17 centrarono Civitavecchia e Viterbo e il giorno 6 fu la volta di Napoli. Perdurando l'incertezza da parte italiana, gli Alleati decisero di annunciare la firma dell’ armistizio: mercoledì 8 settembre, alle 17:30 (le 18:30 in Italia); il generale Eisenhower lesse il proclama ai microfoni di Radio Algeri e l’annuncio segnò la calata delle armate germaniche. Ancora molto agguerrite con soldati resi furiosi dal tradimento degli italiani – il secondo dal maggio del 1915 – ma esaltati dalla facilissima conquista di un territorio che andava dal Brennero alla periferia di Salerno dove gli Alleati erano sbarcati ed erano stati fermati dalla Whermacht. Per capire cos’era successo in quei giorni, bisogna risalire all’arresto di Mussolini e alla decisione di Vittorio Emanuele III re d’Italia, di Albania e imperato d’ Etiopia, di chiedere la pace per un’ Italia che aveva dichiarato guerra alla Francia, all’Inghilterra, alla Grecia, all’Unione Sovietica e agli Stai Uniti e che aveva deciso di combattere i precedenti alleati: i tedeschi di Hitler e l’ Impero giapponese.

Oggi sappiamo che la storia della Di Porto era stata raccolta nei giorni della campagna elettorale che aveva visto la mobilitazione della Chiesa, i miracoli, e la Redenzione può essere considerata un miracolo soprattutto se il protagonista, in questo caso una peccatrice, è un forte peccatore e il fortunatissimo slogan “nella cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”. Si comincia con la storia d’amore di Celeste con il camerata Vincenzo Antonelli che faceva parte di un raggruppamento di fascisti installato a Palazzo Braschi. Una banda violenta quanto incontrollata al punto che alcuni camerati vennero addirittura arrestati dai tedeschi. Probabilmente era un gruppo di camice nere legato ad un’ altra “banda”, quella di Pietro Koch comandante di un reparto speciale della Repubblica Sociale Italiana fucilato a Forte Bravetta a Roma il 5 giugno del 1945, uno dei pochi criminali di guerra processati e giustiziati nel Regno.

Anche se dal 1938 erano in vigore le leggI razziali, Antonelli andava a mangiare in una trattoria del Ghetto  e lì, probabilmente, vide Celeste che dal 1943 viveva  a pochi passi dal locale ed è evidente che la straordinaria bellezza di quella ragazza, congiunta alla sua sfrontatezza – bellezza e sfrontatezza descritte da quanti la conobbero – abbiano avuto un ruolo decisivo sul fascista Antonelli ben disposto a sorvolare sul problema della razza perché le Camicie Nere, in fatto di donne, non erano così intransigenti come le Camicie Brune di Hitler. A Berlino dopo la Notte dei Cristalli del 9 novembre 1938, era stata tolta la tessera del partito ad un nazista che, per estremo dileggio, aveva stuprato un’ebrea. Se ne era vantato e aveva passato serissimi guai perché un ariano non poteva e non doveva avere rapporti con donne di razza inferiore perché là dove regnava la svastica, gli ebrei come i negri, gli zingari, i comunisti erano razza inferiore.

(17, continua)

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