La lanterna magica

Quando il vescovo Celestino Endrici si scagliò contro il razzismo di Hitler

Il prelato il 2 febbraio del 1938 aveva indirizzato al clero e al popolo trentino la pastorale di condanna del razzismo dilagante nella Germania di Hitler

La storia ha quasi dimenticato la figura di Celestino Endrici, il Principe  arcivescovo di Trento che il 2 febbraio del 1938, quindi pochi mesi prima di quel  giorno di settembre che vide Mussolini firmare i “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista”, aveva indirizzato al clero e al popolo trentino la pastorale di condanna del razzismo dilagante nella Germania di Hitler.

In un pregevole articolo della professoressa Maria Garbari pubblicato sul giornale “l’Adige” del 2014, si legge come monsignor Endrici richiamava l’attenzione sul verbo del Pontefice e di altri esponenti della Chiesa che avevano espresso la loro opposizione a quella forma di neopaganesimo imposta nel Reich e nell’Unione Sovietica di Stalin dove si stavano cancellando i valori cristiani.

Era il marzo del 1937 quando Pio XI rendeva nota l’enciclica intitolata “Mit brennender Sorge” (Con cocente preoccupazione) scritta in tedesco perché la diffusione in terra d’oltre Brennero  fosse la più capillare possibile, contenente la condanna dottrinale e pastorale delle eresie incentrate sul razzismo. Che travolse gli italiani.

Alcide Degasperi, anche questo è stato scritto dalla Garbari, aveva chiosato il pensiero di Papa Achille Ratti nella “Quindicina” del primo e del 16 aprile del Trentasette apparse sulla rivista “L’Illustrazione Vaticana” chiedendosi quale sarebbe stata la marcia ormai inarrestabile del nazionalsocialismo che stava entusiasmando gli italiani e non solo quelli di sicura fede fascista. 

Ancora da uno scritto di Degasperi  del primo giugno: “L’idea della dignità della persona e della sua vocazione spirituale e quella del bene comune della città fondato sulla giustizia e sull’amore, divengono principio dinamico della vita sociale in contrasto coi miti della classe, della razza, della nazione o dello stato.

Bisogna sbarrare la strada al comunismo, come avversare il misconoscimento disumano della dignità del mondo del lavoro e lo sfruttamento della religione in termini di strumento di governo temporale. La contrapposizione liberalismo-socialismo va superata e il radicamento va ritrovato nella vita morale oltre un’economia capitalistica fondata sulla fecondità del denaro e un’economia statalista”.

Forse non tutti i camerati, quelli che lessero il messaggio, compresero il verbo degasperiano mentre nella Diocesi di Trento, comprendente allora una parte del Sudtirolo, arrivavano i contraccolpi della spaccatura fra il Reich e la Santa Sede.

Dal canto suo, il governo fascista – ricordiamo che il Duce quando nel suo soggiorno  a Trento era il giornalista Benito Mussolini nel quotidiano “Il Popolo” di Cesare Battisti e di Ernesta Bittanti, si firmava “Vero Eretico” – tollerava l’aggressione alla Chiesa ed era sedotto dalle dottrine sul razzismo.

In aggiunta, spirando ormai aria di Anschluss, si era accentuata nella parte tedesca della diocesi, la propaganda nazista e Celestino Endrici nella pastorale “Fede e moderni pericoli” sottolineava la lotta segreta e subdola, indicandola come ancora più pericolosa delle tradizionali forze che combattevano la fede cristiana.

“Tale lotta – anche questo è nell’articolo della Garbari –  vedeva i suoi campioni mirare a ricondurre gli uomini ai cosiddetti valori precristiani del popolo e della razza. Costoro, identificando Dio con la natura, affermavano che il compito dell’uomo era quello di collaborare allo sviluppo di Dio trasmettendo il sangue dai padri ai figli e ai nipoti.

Da qui si è arrivati a riconoscere nel sangue e nella razza i valori più alti dell’umanità. Il neopaganesimo designa come peccato quelle azioni che cozzano contro l’interesse del sangue e della razza essendo sangue e razza le sorgenti di ogni diritto e di ogni morale”.

Con questi presupposti, per  i nazisti il peccato originale consisteva nel trasmettere “la massa ereditaria tarata”, indicata come un’offesa inammissibile alla vitalità della razza, alla forza e quindi alla supremazia del paese Germania, o meglio: del Reich che lo si voleva millenario.

Nella pastorale di papa Ratti, il razzismo era identificato con l’antisemitismo ed Endrici denunciava che “da parte degli odierni nemici del cristianesimo si spaccia l’Antico Testamento come una raccolta di scritti giudaici. Se ne parla con disprezzo come di un asservimento indegno della cultura occidentale”.

Anche Degasperi nella “Quindicina” del 16 aprile si era dilungato sul tema dell’antisemitismo riferendosi ad una conferenza tenuta da Jacques Maritain, il filosofo francese convertitosi al cattolicesimo e considerato uno dei massimi esponenti del neotomismo, dove era stato detto che la Germania puniva nell’ebreo la sua cattiva coscienza.

Arrivò l’annessione dell’Austria al Reich accolta, era il 12 marzo del 1938, con un indescrivibile entusiasmo nel Sudtirolo che Mussolini non era riuscito a fascistizzare.

L’Anshluss mutava radicalmente lo scenario politico portando la Germania sempre più potente sul confine del Regno italiano.

Scriveva la Garbari: “Effetti drammatici sulla Santa Sede ebbe la dichiarazione dei vescovi austriaci in appoggio all’Anschluss, avvallata dalla lettera del vescovo di Vienna Theodor Innitzer dove veniva benedetta l’opera del nazionalsocialismo e dichiarata la professione di fede al Reich. Il cardinale Eugenio Pacelli che diventerà Papa Pio XII, comprendendo come i vescovi austriaci avessero scritto una delle pagine più tristi della Chiesa, pienamente convinto che l’antisemitismo fosse un grave male morale, il 22 aprile si rivolgeva al vescovo Endrici con una lettera nella quale lamentava la persistente e subdola propaganda ostile alla religione cattolica compiuta in Alto Adige, all’epoca non lo si poteva chiamare Sudirolo, ad opera dei nazisti ed invitava l’arcivescovo di Trento “a continuare la benemerita opera della lotta contro gli errori e le false concezioni già condannate nell’enciclica Mit brennender Sorge”.

Che non vennero accolte da monsignore Johannes Geisler il vescovo di Bressanone che optò per il Reich.

A Trento l’arcivescovo preparò una lettera – la minuta a mano è conservata nell’archivio diocesano tridentino – dove si legge che aveva incaricato “un sacerdote autorevole” di fondare in ogni parrocchia cellule antinaziste.

Ancora da quel documento: “Proprio nella dichiarazione della razza come massimo valore, si trova l’errore fondamentale della nuova dottrina […], si promuove la subordinazione della religione alla razza, il che si traduce nell’annientamento dei fondamenti della religione”.

Di lì a poco anche sull’ Italia, per volere di Mussolini, si abbatterono le leggi razziali: i treni per i lager erano già pronti.

Poi proprio a Bressanone, a guerra finita e con la benedizione di numerosi prelati, passò la via di fuga dei criminali nazisti.

Insomma, quel sacerdote nato a Don nella Valle di Non fu il primo “partigiano” di quella lotta al nazifascismo che andò crescendo dopo l’8 settembre del 1943.

Celestino Endrici  era diventato vescovo per decisone dell'Imperatore d'Austria Francesco Giuseppe il 3 gennaio 1904. Confermato dal Papa il 6 febbraio, fu consacrato il 13 marzo dal cardinale Rafael Merry del Val e il 19 marzo prese possesso della diocesi.

Fra i suoi collaboratori, monsignor Guido de Gentili e Degasperi che nominò nel 1905 direttore del giornale “La Voce Cattolica” testata divenuta “Il Trentino”.

Durante la Grande Guerra, il primo marzo del 1916 si ritirò nella villa di San Nicolò ai piedi del Monte Bondone dove venne confinato anche per la sua attività pacifista e poi trasferito a Vienna nell'Abbazia di Heiligenkreuz.

Da un articolo di Marina Gersony, giornalista, scrittrice e regista teatrale: “Dopo le rivelazioni dell’Istituto polacco della memoria, che ha messo online i nomi di tutti gli aguzzini del lager di Auschwitz rivelando la presenza anche di quattro altoatesini, nuovi nomi emergono anche dal libro «Quando la patria uccide» degli storici Sabine Mayr e Joachim Innerhofer. 

Si tratta di un volume che non parla solo delle vittime, ma che rende noti anche i nomi di altri persecutori.

A colpire i ricercatori, nel corso della raccolta dei documenti per la redazione del volume, è stato ad esempio l’atteggiamento di Chiesa e di istituzioni che, al contrario rispetto ad altre province d’Italia, nel Sudtirolo non aiutarono affatto gli ebrei”.

A Milano e nella Libreria Claudiana, Sabine Mayr e Joachim Innerhofer hanno presentato la versione italiana del libro “Quando la patria uccide. Storie ritrovate di famiglie ebraiche in Alto Adige” in edizione aggiornata e ampliata rispetto a quella in lingua tedesca uscita nel 2015 per i tipi dell’ Editore Raetia.

Dopo l’introduzione di Paola Vita Finzi, sono intervenuti, insieme agli autori, i testimoni Lydia Cevidalli, Franca Avataneo, Cesare Finzi, Maurizio Goetz, Martin Langer e lo storico Michele Sarfatti che ha elogiato il libro definendolo “un’impresa imponente e completa che può servire da esempio per la ricerca su altre comunità ebraiche”.

Nella conferenza l’autrice Sabine Mayr  ha aggiunto: “Fare chiarezza rivelando tutti i nomi degli altoatesini responsabili di crimini di guerra, è un processo doveroso e necessario che avviene ora quasi troppo tardi, dal momento che i protagonisti sono già morti da tempo”.

La presidente della Comunità Ebraica di Merano Elisabetta Rossi-Innerhofer ha aggiunto: “Questo non per vendetta, ma per un senso di giustizia e di chiarezza e trasparenza rispetto a quanto accaduto in passato.

Ogni dettaglio di questo passato deve essere oggetto di esposizione e di chiarimento, per consentire una sempre maggiore presa di coscienza”. 

Il libro-documento “Quando la patria uccide” è anche un j’accuse sulla responsabilità della Chiesa, dei giornali clericali antisemiti e di quelle istituzioni che, rispetto ad altre province italiane, non hanno affatto aiutato gli ebrei, rendendosi di fatto, per parafrasare lo scrittore Daniel Goldhagen, dei volonterosi carnefici di Hitler: SS, Gestapo, Südtiroler Ordnungsdienst, potevano infatti contare sull’attiva collaborazione della popolazione locale.

“Fare chiarezza e dare un nome a colpevoli è un processo doveroso e urgente dal momento che i testimoni sono morti da tempo e i più giovani tra qualche anno non saranno più in grado di parlare”. Una sfida per la Comunità Ebraica di Merano, ma anche per tutte le Comunità impegnate a tenere viva la Memoria.

(13, continua)

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