L'Adige, i giovani e le belle notizie raccontate

di Pierangelo Giovanetti
Caro direttore, siamo la classe IV B del liceo «A. Maffei» di Riva del Garda.
L'anno scorso siamo stati invitati ad assistere alla presentazione del progetto «Teniamoci a mente: dal pregiudizio alla conoscenza, dall'isolamento alla condivisione» dell'Unità Operativa di Psichiatria ambito Alto Garda e Ledro, Giudicarie e Rendena, parte del «Piano giovani di zona» sostenuto dalla Provincia Autonoma di Trento, la Comunità di Valle Alto Garda e Ledro e l'Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari.
Quest'anno, invece, abbiamo avuto la possibilità di partecipare anche noi in modo attivo al progetto «Teniamoci a mente: pensare male di te? No, grazie. Preferisco conoscerti!!».
Abbiamo riflettuto su temi come la diversità, il pregiudizio, la malattia mentale e - con l'aiuto del giornalista Luca Zanin - sulle modalità utilizzate nella trasmissione di notizie riguardanti le diversità di vario genere, nonché su come queste notizie possono rafforzare i pregiudizi o le incomprensioni tra le persone. Abbiamo notato come spesso nella redazione delle notizie venga data eccessiva importanza a particolari che circostanziano certamente l'informazione, ma possono appunto alimentare i pregiudizi più comuni. Un esempio di titolo: «Moglie pestata in strada, arrestato marocchino». Ci chiediamo: era proprio necessario sottolineare l'origine di provenienza di questa persona? Ha inciso in modo determinante sull'accaduto il fatto che questo uomo fosse marocchino? Non è fin troppo chiaro che il lettore viene indotto ad associare i marocchini alla microcriminalità?
Nella nostra ricerca si siamo soffermati in modo particolare su come il giornalismo tratta la malattia mentale – concetto assai vasto e variegato - e su come vengano trasmesse notizie riguardanti persone con disturbo mentale. Abbiamo preso in esame altri articoli, uno di essi era così titolato: «Delitto Udine: Basaglia colpisce ancora, è stato malato mentale». Perché – vorremmo sapere – si indica la malattia mentale come spiegazione di comportamenti che ci fanno paura e che facciamo fatica a capire nella loro reale dinamica? Siamo certi che il disturbo psichico sia stato causa effettiva di quanto raccontato dal giornalista? Non c'è il rischio gravissimo di indurre l'equazione: malati di mente uguale delitti, malati di mente uguale persone pericolose? Noi sappiamo che spesso gli autori di fatti di cronaca nera sono in realtà persone che come tutti hanno passato o stanno passando un periodo triste, un vissuto che sovente non ha ripercussione sull'accaduto.
Alcuni criminologi hanno condotto studi che mettevano in relazione la malattia mentale e la pericolosità; i risultati emersi non dimostrano una correlazione significativa tra i due elementi.
Quelli riportati sopra sono solo alcuni esempi di molti altri articoli pubblicati sui giornali, che alimentano l'etichettamento delle persone, da sempre presente nelle società.
A tal proposito quindi vorremmo invitare i giornalisti a trattare con la massima attenzione e sensibilità le diversità che possono essere etniche, religiose, sessuali, legate alla salute… Facciamo appello alle carte deontologiche che regolamentano – ma non sempre sono rispettate – la vostra delicata professione di comunicatori: la Carta di Treviso per una cultura dell'infanzia, il Codice in materia di protezione dei dati personali, la Carta di Roma sui richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti, la Carta dei doveri del giornalista, le diverse Carte in materia di sanità e salute.
Al di là del formale riferimento a questi doveri professionali, vorremmo però auspicare che voi giornalisti siate disponibili a un impegno: soffermarvi a riflettere sempre non solo sull'appetibilità della notizia o sulla efficacia di un titolo, ma anche sugli effetti che può provocare sulla vita delle persone. Confidiamo insomma in un vostro aiuto per combattere nella nostra società i pregiudizi infondati e incivili riguardanti le diversità.
 

Classe IV B del liceo «A. Maffei» di Riva del Garda


 


Uno dei difetti che spesso i giornali fanno fatica a superare è quello di essere eccessivamente «ansiogeni». È l'antico vizio di  raccontare i fatti e la realtà (che il più delle volte è già ansiogena di suo) enfatizzando i toni o caricandone la tensione. Forse un tempo serviva a catturare lettori. Oggi - in un'epoca in cui c'è assoluto bisogno di «notizie positive» e di fiducia nel domani - l'eccessiva drammatizzazione delle notizie finisce per stancare, quando non addirittura creare fastidio.
Ben venga quindi lo stimolo dei ragazzi della IV B del Liceo Maffei di Riva del Garda (scuola tanto cara anche al sottoscritto, avendovi trascorso gli anni belli della gioventù). In verità ogni giorno in redazione ci si interroga sulle notizie che vengono raccolte, sul modo di trattarle, sullo spazio da darvi, sulle precauzioni da prendere.
Si discute, ci si confronta, si fanno valutazioni. E c'è sempre più attenzione e cura nel tutelare e garantire le diversità, di qualunque genere: sessuali, religiose, legate alla salute, o al disagio mentale. Anzi, in molti casi, come per esempio quando vi sono notizie di suicidi, stiamo molto attenti a non darvi enfasi, a non creare il caso, a non strumentalizzare la vicenda con titoli ambigui ed ammiccanti. Insomma a rispettare la memoria della persona scomparsa, ma anche il dolore dei familiari.
Buon giornalismo però è quello che non racconta (pur con discrezione e massima attenzione) soltanto vicende negative, ma che si sforza di trovare pure «storie di speranza», personaggi positivi, vicende a lieto fine. Sempre più spesso sono queste le cronache che attirano di più i lettori dell'Adige, e che fanno apprezzare il giornale anche dalle giovani generazioni.
 p.giovanetti@ladige.it

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