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Morì cadendo in una trincea:

Parco di Paneveggio condannato

a 1 milione di risarcimento 

La sentenza riapre il caso della responsabilità degli enti sui sentieri

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APT San Martino di Castrozza

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3 minuti 26 secondi

Storica sentenza della Corte d'Appello di Trento, che con sentenza numero 214/19 ha inflitto una durissima condanna al Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino condannandolo a pagare un risarcimento di oltre un milione di euro alla famiglia di un turista morto cadendo in un pozzo di una trincea della Grande Guerra in inverno. 

Storica nel senso che costituisce un importante precedente per tutte quelle amministrazioni, enti ed associazioni che gestiscono percorsi di montagna potenzialmente pericolosi: pensiamo ad esempio alla Sat che è responsabile della manutenzione di tutti i sentieri del Trentino, e che potrebbe paradossalmente essere chiamata a rispondere in solido per incidenti che avvengano su questa rete di percorsi.

Il caso affrontato dai giudici era quello di Paolo Di Lena, un 66 enne padovano il quale  il 6 marzo 2006 (ben tredici anni fa), durante una escursione con le ciaspole sulle Pale cadde nel pozzo di aerazione di in una trincea della prima guerra mondiale ricoperta dalla neve e piena di ghiaccio ed acqua di fusione, porecipitando per sei metri nel "camino". L'uomo, ferito alle gambe, venne ritrovato cadabvere solo venti giorni dopo: le fratture riportate e  il tempo trascorso nell'acqua gelida gli aveva provocato una grave ipotermia, fino al decesso. L'incidente sul versante sud di cima Juribrutto, sopra Passo Rolle. 

La moglie e il figlio dell'uomo avevano denunciato sia il Cai (che però non c'entrava) che il Parco Paneveggio-Pale di San Martino sostenendo che l'incidente si sarebbe potuto evitare se la trincea fosse stata adeguatamente segnalata. Nella vicenda giudiziaria, il Parco aveva replicato dimostrando che la trincea, in realtà, si trova a circa 50 metri fuori dal sentiero, e in posizione rilevata di circa 15 metri. Per cadere nella trincea - di fatto - bisogna lasciare il sentiero ed andarci apposta, era la tesi difensiva. Tesi accolta nelle sentenze sia di primo che di secondo grado: per due volte i magistrati hanno accolto questa difesa. Asserendo più volte l'impossibilità del Parco (e di ogni ente gestore) di controllare e rimuovere tutti i pericoli nell'area di competernza, in quanto insiti nel rischio che accetta chi va in montagna.

Non è però bastato: la Cassazione aveva infatti annullato le sentenze, rinviando a un nuovo processo, sostenendo che la trincea, in quanto attrazione storica della Grande Guerra, aveva il suo fascino attrattivo come meta anche per altri escursionisti. Affidando alla Corte d'Appello di Trento di riformulare il processo.

La nuova sentenza, depositata il 16 settembre scorso, è una mazzata per il Parco: oltre 1 milione di risarcimento da versare alla famiglia del defunto, poiché si stabilisce che l'evento mortale fu "conseguenza diretta ed immediata di (..) doverose cautele'' a carico dell'ente gestore del Parco di Paneveggio Pale di San Martino ''e non è in alcun modo collegato a comportamenti definibili come imprudenti della vittima''. Affermando che ''quanto accaduto a Di Lena - dice la sentenza - (non) può essere paragonato, come pretende l'appellato (il Parco di Paneveggio ndr) ai pericoli della montagna che certamente espongono a rischi di caduta ma il camino di areazione di una trincea, o ghiaccia per la conservazione dei cibi, profonda sei metri, risalente alla grande guerra in una zona in cui si trovano resti bellici, attrazione per i visitatori, integrava una vera e propria insidia non assimilabile ai pericoli, di altro genere, che il Di Lena era avvezzo ad affrontare''. 

La senetnza apre come dicevamo un problema più grande: se un ente è responsabile per una caduta in montagna a 50 metri dal sentiero, diventa difficile pensare a un futuro di gestione di questi percorsi. Il caso ricorda infatti quello di dieci anni fa a Molveno: una turista era stata uccisa da un sasso, caduto dalla parete, sul sentiero per il Crozzon di Brenta in val delle Seghe. Anche allora si era incriminato l'ente gestore (la Sat) per la responsabilità civile. In quel caso però la Sat era riuscita a dimoistrare di non poter controllare eventi che accadono fuori dal sentiero (come la caduta di un sasso da una parete sovrastante alta 400 metri). E in quel caso i giudici avevano accolto questa tesi. 

 

 

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