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Chiude il centro profughi

Via 24 donne nigeriane

Ma la comunità non ci sta

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La struttura di Lavarone che al momento accoglie 24 donne richiedenti asilo chiuderà presto i battenti. La decisione rientra nella progressiva dismissione di buona parte degli alloggi che si trovano nelle valli, voluta fortemente dalla giunta Fugatti, che proprio poche settimane fa aveva «sfrattato» da San Lorenzo Dorsino nove persone ospitate in un appartamento in paese.

La scelta appare definitiva ma tempi precisi non ce ne sono: stando a quanto trapela, il trasferimento delle donne accolte potrebbe avvenire già nel mese di marzo, al massimo entro aprile.
L’indicazione è che queste donne, quasi tutte provenienti dalla Nigeria, vengano ricollocate nel capoluogo, dove dovrebbero essere poi divise e smistate in diverse strutture e alloggi presenti in città. Un aspetto molto controverso, questo, perché, come conferma anche il sindaco di Lavarone Isacco Corradi, circa metà delle ragazze accolte oggi nell’edificio della frazione di Cappella, di proprietà delle suore elisabettine, lavora attualmente in alcuni alberghi dell’altopiano come stagionale: un traguardo conquistato dopo aver imparato la lingua e svolto dei tirocini, ma che ora rischia di andare in fumo perché spostare queste donne nel capoluogo potrebbe creare non pochi problemi rispetto alla continuità lavorativa. Soprattutto per l’aspetto dei collegamenti: fare avanti e indietro dalla città, con mezzi pubblici ridotti e poco funzionali per chi lavora su turni, potrebbe risultare difficoltoso; per contro trovare un alloggio in paese, avendo risorse economiche molto limitate e considerando un’offerta non ampissima di immobili, non sarebbe affare semplice.  

«Siamo in attesa di un nuovo confronto con Cinformi - spiega il primo cittadino - alla Provincia avevo fatto sapere che qui le porte sono aperte e che se fosse possibile continuare in qualche modo il progetto, almeno con le persone che già lavorano, noi saremmo disponibili. Stiamo cercando di capire anche con la rete di volontari se per alcune ragazze che si sono pienamente inserite sia possibile fare qualcosa, aiutarle magari a trovare delle soluzioni abitative adatte in tempi brevi. So che i nostri imprenditori sono mortificati, perché perdere persone già formate, che ormai lavorano da un bel po’ e con le quali ci si conosce già è davvero un peccato: so che con alcune, addirittura, c’erano già accordi per la stagione estiva».

Eppure poco prima del loro arrivo, nel 2016, proprio l’edificio che doveva accoglierle aveva subito un attentato incendiario e la porta d’ingresso aveva riportato ingenti danni. Un atto considerato di matrice razzista, e che era stato condannato in modo unanime dalla politica, anche se con sfumature diverse rispetto al giudizio del progetto in sé. «Se dovessi tracciare un bilancio - aggiunge Corradi - direi che con queste ragazze non ci sono mai stati problemi, so che hanno fatto fatica ad ambientarsi ma questo mi pare anche legittimo visto che vengono da paesi con culture molto differenti dalla nostra: dispiace che ora si voglia concentrare tutto su Trento e Rovereto e sulle grandi strutture, perché penso che lì le persone siano seguite peggio visti i numeri e questo non favorisce certamente l’integrazione e la convivenza con i locali».

Va detto che alcune di queste donne che lavorano, probabilmente a un certo punto sarebbero comunque uscite dal progetto, perché superando la cosiddetta soglia di indigenza, che Cinformi calcola in 5.800 euro guadagnati in un anno solare, scatta poi lo stop agli aiuti. «Ma in questi casi i tempi sono importanti - fa notare un’altra persona che lavora nel settore dell’accoglienza - e tra una semplice prospettiva e il sapere di dover andare via da un momento all’altro, con poco preavviso, c’è molta differenza».
Anche per chi non lavora, infine, il trasferimento resta comunque un’incognita, perché con le ragazze che non hanno immediatamente trovato un impiego, come conferma anche il primo cittadino, si stava cercando di fare un lavoro di integrazione, di costruire qualcosa anche attraverso l’impegno dei volontari. Lo spostamento nel capoluogo - questo il timore - rischia di azzerare tutto l’investimento fatto sino ad adesso.



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