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Salme rimosse senza avviso

I parenti chiedono i danni

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Lo spazio per il caro estinto, purtroppo, è sempre più ridotto. I cimiteri, d’altro canto, hanno bisogno di terreno e i Comuni sono costretti a ridurre sempre di più il periodo di sepoltura anticipando l’esumazione delle salme per evitare di ampliare il camposanto con costi rilevanti non solo economici ma anche, appunto, di consumo di aree libere da cementificazione. Di solito, quando l’ente pubblico interviene con pala e corde per rimuovere le bare custodite da tempo nel luogo sacro per consentire ai parenti di pregare per l’anima del defunto avvisa proprio i congiunti invitandoli ad assistere alla triste ma necessaria operazione. In un paese della Vallagarina, però, un classico «qui pro quo» ha scatenato il finimondo. E i familiari delle buon anime le cui spoglie sono state esumate sono venuti a conoscenza dell’evento solo a intervento ultimato e, ovviamente, archiviato. Chiaro che la mossa del Comune non solo non è piaciuta ma ha fatto infuriare figli e nipoti che, dopo aver palesato con toni coloriti le proprie rimostranze al sindaco, hanno deciso di chiedere i danni. Non certo materiali, chiaramente, ma morali sicuramente.

La causa, anziché finire in tribunale, è stata inserita al ruolo delle udienze del giudice di pace di Rovereto. Dove la famiglia ha trascinato l’amministrazione municipale chiedendo un risarcimento di 5 mila euro. Sindaco e assessori, ovviamente, si sono opposti a quell’atto di citazione a loro dire pretestuoso.

Nello specifico, i parenti del defunto riesumato eccepivano l’inadempimento del Comune dell’obbligo di custodia. E, come detto, hanno presentato la richiesta di risarcimento di danni non patrimoniali subiti proprio a seguito del esumazione delle salme dei genitori chiedendo la condanna dell’ente al pagamento di 5.000 euro o, se ritenuto eccessivo, «nella diversa somma da valutarsi nei limiti della competenza del giudice adito».

L’amministrazione si è difesa sollevando un insolito e curioso caso di omonimia. Nel costituirsi in giudizio, infatti, il legale del primo cittadino  deduceva la circostanza che la mancata presenza dei figli dei defunti esumati era dovuta proprio a un errore di omonimia in quanto il Comune, per effetto della stessa, aveva avvisato altri soggetti (che non c’entravano nulla) agendo pertanto e comunque nell’alveo della cosiddetta diligenza.

Insomma, non sapendo che tra i residenti, vivi o passati a miglior vita, esistessero marito e moglie (e relativa prole) con gli stessi nomi e cognomi ha invitato a presenziare alla cerimonia di esumazione gli eredi sbagliati. La difesa ha pure ricordato in aula che l’esumazione era iniziata una settimana prima e che la famiglia avrebbe potuto serenamente apprendere dell’intervenuta rimozione delle salme dal cimitero e, rimanendo nei termini di legge, poter esercitare le facoltà previste dal regolamento comunale di polizia mortuaria e cimiteriale, «circostanze non contestate e che assumono ai fini del procedimento carattere assorbente rispetto alle altre domande risarcitorie».
Il giudice di pace Riccardo Vallini Vaccari ha preso per buone le spiegazioni municipali e ha rigettato la domanda non riconoscendo alcun diritto ad un risarcimento danni proprio perché l’errore commesso è stato in assoluta buona fede.

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