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La scelta estrema della montagna

Tre giorni durissimi «into the wild»

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C'è chi, nella stagione invernale, viene in Trentino per visitare i mercatini di Natale, chi per sciare o camminare in montagna. Ma non solo. C'è anche chi fugge dalla frenesia della città per vivere un'esperienza un po' più estrema, ed immergersi nella natura selvaggia alla ricerca di se stesso. È il caso di un gruppo di venti ragazzi, provenienti da varie regioni d'Italia, che lo scorso fine settimana hanno lasciato Milano, Roma, Mantova e la Toscana, per partecipare al «Winter Evolution Camp»: una durissima tre giorni di allenamenti, trekking e meditazione, sperduti nei boschi alle pendici del Finonchio, tra Folgaria e la Valle del Rosspach.

«Riceviamo tantissime richieste. Molte persone sono alla ricerca di qualcosa che neanche loro sanno, ma sentono l'esigenza di mettersi alla prova, sia fisicamente che mentalmente, in modalità fuori dall'ordinario» spiega Davide Morini, fondatore e anima del «Kratos Team». Barba incolta, tatuaggi e look montanaro, il pluricampione di arti marziali (Yoseikan Budo e Point Fighting le sue specialità, nelle quali ha raggiunto due titoli mondiali) da alcuni anni si è trasferito da Milano a Ondertol, un pugno di case sotto Guardia di Folgaria. Qui propone questi ritrovi.

A partecipare amanti dell'avventura, dai 16 ai 50 anni, che vogliono testare i propri limiti in un ambiente ostile, dove il cellulare non prende. «Vogliono vivere qualcosa di veramente intenso, che si ricorderanno per tutta la vita. Non si tratta però di una prova di sopravvivenza - sottolinea Morini, che durante gli Evolution Camp si fa aiutare da altri quattro istruttori che provengono dal mondo delle arti marziali (Antonio Saccinto, Emanuele Bozzolani, Cristiano Greco e Nicola Stefenelli) - ma un'esperienza che segna profondamente i partecipanti, quello sì. La maggior parte di loro, anche se fisicamente preparati, è infatti la prima volta che si misurano con la montagna e non sono abituati a dislivelli, al buio della notte e alle temperature che arrivano sotto lo zero».

Dopo una prima giornata di allenamenti in palestra, nel così chiamato Dojo (in giapponese «il luogo dove si segue la via»), il gruppo parte per i boschi: un trekking di 4-6 ore, a seconda di quanta neve c'è, per arrivare al campo base. «Per tracciare i percorsi seguo le linee di passaggio dei camosci. Guadiamo torrenti e cascate, ci arrampichiamo lungo pareti rocciose e anfratti e, una volta arrivati nel luogo dove trascorreremo la notte all'addiaccio, ormai stanchissimi, ci dividiamo in piccoli gruppi: c'è chi fa la legna per il fuoco, chi cucina e chi costruisce con rami di nocciolo e betulla la Temazcal (la capanna sudatoria, ndr )», racconta Morini.

Alla comitiva, infatti, si unisce anche uno sciamano-danzatore messicano che insegna ai partecipanti ad entrare in sintonia con la madre terra. Fuori il termometro scende a meno sette. Ma nella capanna, al centro della quale c'è una buca dove vengono posizionate delle pietre incandescenti, la temperatura si alza, raggiungendo anche i 70 gradi. «Funziona come una sauna finlandese - spiega Morini -. All'interno ci sediamo in posizione fetale e, completamente al buio, alterniamo momenti di assoluto silenzio a forti battiti di tamburo e scambi di riflessioni. Una sorta di rituale di purificazione, di rinascita: tre o quattro ore lì dentro e ci troviamo sprofondati nella terra, che il calore intanto ha trasformato in fango».

Poi a nanna, avvolti in sacchi a pelo termici e pelli di cervo. Anche se, come svela Morini, non è così semplice prendere sonno. «Per la prima volta neanch'io sono riuscito a chiudere occhio a causa del gelo». E la mattina? «Con alcuni partecipanti abbiamo meditato a petto nudo nella neve. Ho insegnato loro una tecnica di respirazione, che si basa sulle posizioni runiche e permette di mantenere la temperatura del corpo costante». Ma c'è chi ritorna? «L'ultimo giorno quasi nessuno parla, tanto è forte lo stravolgimento psicologico vissuto: nessuno si aspettava fosse così dura. Nonostante questo, sono in tanti a ritornare e fare passaparola. Non è un'esperienza commerciale, non è confortevole, ma ti permette di mettere in discussione e conoscere te stesso in maniera profonda. Non va vista però come una sfida personale - ci tiene a sottolineare Morini - , importantissimo è lo spirito di gruppo. Siamo come un branco e nessuno viene lasciato indietro. Il senso non è quello di raggiungere la vetta, ma farsi curare dal bosco, dai suoi silenzi, dalle sue fatiche e dai suoi richiami ancestrali».

 

 

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