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Fuoripista vietati per colpa dei cacciatori

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Panarotta

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I boschi alpini sono stati interessati questo inverno da copiose nevicate che, ricoprendo le asperità del terreno, li hanno resi perfetti per i sempre più numerosi amanti del fuoripista. Sciando nei bei boschi della Panarotta mi è sembrato di essere ritornato agli anni della mia fanciullezza, ai meravigliosi lariceti di Sauze d'Oulx in Valle di Susa. Il sottobosco allora era curato come un giardino pubblico, i rami caduti e gli alberi morti finivano tutti nelle stufe (ce ne fossero stati!). Non erano quindi necessari metri di neve per rendere adatti allo sci questi pendii. In quei boschi di larici radi un sottile strato di neve compatta e trasformata era sufficiente per sciare bene dalle prime nevi a tutto aprile. Oggi non è più possibile perché i boschi si stanno trasformando in una giungla amazzonica (quella che in Amazzonia non esiste quasi più) ed è quindi necessario un innevamento eccezionale per renderli sciabili.

Ma non si tratta solo di questo. Oggi, fra i numerosi divieti che affliggono il fuoripista, c'è anche quello di sciare nel bosco, per non disturbare gli animali selvatici risparmiati dalle doppiette dei cacciatori e per non fare danni alla giungla, ovvero al sottobosco.
Lo affermano addirittura navigate guide alpine come il sudtirolese Ulrich Kössler, fortunato autore di un'ultima generazione di gite scialpinistiche scelte sulle nostre montagne, in cui le foto degli itinerari, tutte scattate appositamente dall'aereo, tendono, dal livello del bosco in giù, a seguire le noiose strade forestali.
Il motivo è ben spiegato nell'introduzione alle guide, corredata da un disegno in cui le linee di discesa, libere sopra il bosco, confluiscono tutte in un'unica linea corrispondente alla strada forestale già percorsa in salita. Il motivo dichiarato è quello di non arrecare disturbo agli animali selvatici.
Qualche dubbio sorge sulla effettiva motivazione di tale nobile scelta ecologica quando si scopre in fondo alla pagina che fra gli sponsor dei libri di Kössler, editi da Tappeiner e distribuiti da Sportler, c'è nientemeno che l'Associazione Cacciatori.
Un fremito di rabbia mi pervade all'idea che mi si vieta di lasciare la traccia dei miei sci fra gli alberi del bosco per non disturbare le prede dei cacciatori! Forse varrebbe la pena, prima di vietare in modo indiscriminato lo sci del bosco, che rappresenta un modo sicuro, facile e divertente di sciare fuori pista, di limitare i divieti ad alcune aree, lasciandone altre come libero terreno di gioco. Fermo restando che gli sciatori mi sembrano in ogni caso molto meno pericolosi, per la fauna, dei cacciatori.
Dall'alto della seggiovia del Rigolor che sale nel bosco vedo tracce ovunque di sciatori-trasgressori. Tantissime tracce lasciate in poche ore, nella scintillante neve fresca caduta nella notte, da sciatori alla ricerca del vero piacere dello sciare.
Sotto la seggiovia si è formata una vera pista naturale, con grandi gobbe, frequentata soprattutto dagli sciatori di tipologia «yoyò», che rimbalzano velocissimi da una cunetta all'altra, come se al posto delle gambe avessero delle molle, dando vita ad uno scodinzolo esasperato a tutta velocità. I pali della seggiovia risultano pericolosissimi per loro in quanto non sono rivestiti con le protezioni imbottite che ci sono sulle piste.
Anche se frequentatissima, questa non è infatti una pista ufficiale e quelli che la percorrono, oltre a rischiare una multa, rischiano anche di spaccarsi la testa. Mi vien da pensare che le norme  sulla sicurezza non hanno come obiettivo l'eliminazione dei rischi ma l'eliminazione delle responsabilità...
Quando la neve è perfetta come oggi, non ci vuol molto per rendersi conto che la maggior parte degli sciatori non scia sulle piste autostrade ma nei boschi. Perfino i maestri preferiscono far lezione sulla pista naturale sotto la seggiovia. Perché in questo modo gli allievi si divertono di più e imparano meglio.
Dalla seggiovia la pista artificiale appare come una ferita illogica al bosco in tutta la sua assurda larghezza. Lungo di essa si notano reti e materassi protettivi ovunque per eliminare le responsabilità degli impiantisti in caso di incidenti. Ufficialmente servono per garantire la sicurezza. Ma quale sicurezza? Paradossalmente è su queste piste lisce come biliardi che si verificano i più gravi incidenti. Le cadute su di una superficie dura come l'asfalto che chiamare neve è un vero eufemismo sono pericolosissime, per non parlare di quelle conseguenti all'investimento in velocità da parte di altri sciatori o snowboarders. Però le protezioni ci sono, ben visibili, proprio come sulle autostrade, tutto è in regola, quindi giù a manetta, per lo sci e le tavole, incredibile ma vero, non esistono i limiti di velocità!
Malgrado gli anni mi sembra di sciare piuttosto bene oggi. Sono lento ma veloce e preciso nei cambi, che è quello che più conta. Mi fermo più spesso di un tempo per riposarmi ma questo non mi dispiace affatto. Assaporo così di più il fascino del bosco e anche della discesa, studiandone i passaggi uno ad uno, senza ridurla ad una veloce e pericolosa scarica di adrenalina, come capita ai giovani freeriders, che si direbbe siano incapaci di chiudere le curve.
Mi sembra di sciare uno slalom speciale dei tempi di Toni Sailer, in cui vinceva lo sciatore più virtuoso, obbligando a veri contorsionismi fra le porte rigide, su tracciati sui quali gli slalomisti odierni ne verrebbero fuori davvero malconci, malgrado l'elmo e le armature. La foresta più fitta con metri di neve diventa una delizia per questo tipo di sci, in cui il piacere di far piegare il palo elastico viene sostituito da quello ancora più violento ed aggressivo di rompere con le braccia i rami secchi intorno ai tronchi.
Considerato che in futuro, complice l'incuria e l'innalzamento delle temperature, il sottobosco sarà sempre più fitto, penso a sciatori pulisci bosco socialmente utili dotati di bastoncini pluriuso. Uno con machete pieghevole in punta. L'altro con una becca di piccozza da utilizzare per la sicurezza (ma questa non è una novità, un bastoncino del genere lo usava già Stefano De Benedetti nelle sue discese estreme degli anni settanta). Piccozza e machete serviranno anche per difendersi dagli orsi affamati che sempre più numerosi abiteranno nelle foreste di un mondo sovraffollato di inermi umani assillati da sensi di colpa per avere in passato liberato le montagne dai plantigradi.
Si parlerà sicuramente dell'utilità di questi portentosi bastoncini nella prossima generazione di guide di itinerari fuoripista e scialpinistici.

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