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Lutto nella musica trentina:

addio a Carlo Alberto Canevali

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Giornata di lutto per la musica trentina. Si è spento ieri pomeriggio Carlo Alberto Canevali, a 49 anni vissuti tutti alla ricerca del ritmo giusto. Batterista jazz apprezzato, musicista conosciuto ampiamente oltre i confini della regione, insegnante che ha formato generazioni di musicisti, se n'è andato vinto da una malattia che nell'ultimo anno e mezzo aveva combattuto a viso aperto, spesso anche con il sorriso. Alla fine ha vinto lei. E la notizia si è sparsa veloce, nel mondo della musica e non solo. 

Lui la passione per la musica ce l'ha avuta quasi subito. E in particolare per la musica jazz. Batterista, a 16 anni già lavorava da professionista e iniziava a farsi un nome nell'ambiente. Con il tempo, ha lavorato con tutti. Da Stefano Colpi a Lorenzo Frizzera, da Stefano Raffaelli a Civettini. Impossibile citarli tutti. Anche perché sono state numerose le sue incursioni fuori regione, anche nel panorama nazionale. Non doveva cercarlo, il lavoro, Perché di lui - raccontano adesso gli amici che l'hanno conosciuto - nell'ambiente si apprezzavano due cose. La professionalità e sensibilità con cui suonava, come evidenzia il presidente del Cdm Paolo Sfredda, che di Carlo Alberto ricorda «il suo modo di "toccare" il suo strumento mentre suonava, regalava emozioni e condivideva una gamma di atmosfere ampie e sempre accattivanti». Ma anche la personalità, al servizio del risultato finale, al servizio del gruppo: «Era bello suonare con lui, perché la sua indole lo induceva a far funzionare la musica e mettere da parte l'ego - ricorda Stefano Raffaelli - Era un batterista dalla sensibilità incredibile».
Ed era un insegnante. Uno dei primi approdati al Cdm, ha «tirato su» generazioni di batteristi e non solo. Un lavoro che amava, quello dell'insegnamento. E che non ha lasciato fino all'ultimo: a febbraio ha tenuto l'ultima lezione, al Cdm, sul ritmo. Era aperto a tutti i musicisti, non solo ai batteristi. Si è trovato in aula non solo dei ragazzini. Anche ex allievi, tornati per il piacere di ascoltarlo.

Ma amava anche muoversi, cambiare, sperimentare. Lo ha fatto con la sua etichetta, con la quale produceva lavori suoi, ma anche progetti d'altri, se riteneva che ne valesse la pena. Lo ha fatto con l'insegnamento, concentrandosi, nell'ultimo periodo, sulla didattica per bambini. E lo ha fatto con la musica suonata, quando 5 anni fa ha lasciato tutto per andare alla ricerca di nuovi stimoli in Australia. «Non ha avuto difficoltà a lavorare nemmeno lì - ricorda Stefano Raffaelli - poi ha saputo della malattia, ed tornato».
La diagnosi, subito pesantissima, è arrivata un anno e mezzo fa. Lui e la moglie Alexandra hanno lasciato l'Australia, lui ha iniziato le cure. Insegnando agli amici che anche nei momenti peggiori è possibile sdrammatizzare, avere fiducia, avere coraggio. Purtroppo non è bastato. Ed ora i tanti che l'hanno conosciuto fanno i conti con il vuoto che lascia: «È un vuoto grande - ripete Raffaelli - perché sapeva farsi voler bene, era generoso. Martedì il Cdm sarà chiuso in suo onore». E Paolo Gabriele Sfredda: «Non ha mai smesso di proporre nuove idee e di lavorare a nuovi progetti. Sua anche un'etichetta musicale editrice di molteplici progetti. Negli ultimi tempi, dopo la sua ultima esperienza in Australia, ha continuato nell'insegnamento dedicandosi specificatamente ai bambini e alla ritmica quale elemento naturale. Nelle ultime settimane, già provato dalla malattia, continuava a raccontare tutto quanto ha imparato nella sua vita nella musica, nello studio e nell'approccio della condivisione».
Sarà salutato per l'ultima volta martedì alle 14.30 al cimitero di Besenello.

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