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Al via la campagna

per salvare i ciclisti

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Biciclette e macchine sono un binomio che mal si sposa sulle strade italiane. La mancanza di buonsenso e di regole imposte dal legislatore producono ogni anno cifre drammatiche: 20 mila incidenti tra morti e feriti. A perdere la sfida, manco a dirlo, sono ovviamente i ciclisti che non possono certo competere con gli automobilisti. Da tempo, in tutto il mondo, si cerca di far convivere i due utenti della strada tanto da arrivare ad una legge - applicata in quasi tutti i Paesi sviluppati - che impone 1,5 metri di distanza dalla bici quando si supera. Se non c’è spazio a sufficienza, dice la norma, il sorpasso è vietato. In Europa l’unico Stato a non aver recepito questo codice è l’Italia. Il testo, in verità, è fermo al parlamento dal 2017 e nessuno ha voglia di liberarlo dalla quantità di scartoffie che gli sono finite sopra. E a perderci, come sempre, sono i ciclisti, non solo professionisti o comunque sportivi ma soprattutto cittadini che hanno scelto di pedalare per spostarsi dando una mano all’ambiente.

Per fermare l’escalation di croci e fiori a bordo strada, diverse associazioni hanno avviato una raccolta firme per spingere proprio il parlamento a riprendere in mano la questione e varare finalmente la legge «Salvaciclisti». In Trentino Alto Adige si è fatto portavoce e organizzatore di questa campagna - che si chiama «Safety Tour - Sicurezza ed educazione stradale» - l’ex ciclista professionista Alessandro Bertolini. Che ieri alla concessionaria Mercedes Autoindustriale ha presentato le iniziative locali.

Una scelta, quella del luogo, tutt’altro che casuale. Proprio la Mercedes, infatti, è l’unica casa automobilistica che ha introdotto un sensore  che blocca l’apertura della portiera se rileva la presenza di un ciclista. L’iniziativa partita dai campioni del pedale - Bertolini è supportato da Gilberto Simoni, Maurizio Fondriest, Cesare Bendetti, Cristian Salvato e dalla triathleta Martina Dogana - ha trovato l’appoggio dell’Aci (con il presidente Guido Malossini) e del Coni (con Paola Mora). E Rovereto ci ha messo del suo con gli assessori allo sport Mario Bortot e alla mobilità Carlo Plotegher. «C’è la necessità di una convivenza - spiegano - perché non si può pensare che la strada sia riservata ad un solo mezzo. Come Comune abbiamo deciso di sposare le zone a trenta all’ora proprio per fare in modo che tutti, bici e auto, possano spostarsi senza rischiare incidenti».

Il tema dell’imposizione del metro e mezzo di distanza per il sorpasso, comunque, piace. «Certo, e sarà al centro della festa della bici elettriche che organizzeremo in settembre. Stare insieme sulla strada è possibile». Il «Safety Tour» - che ha pure il patrocinio della Fondazione Scarponi, sorta dopo l’uccisione dell’asso marchigiano dell’Astana Michele, travolto da un furgone mentre si allenava vicino a casa - vivrà di tre tappe in Trentino. La prima, il 13 aprile, sarà a Rovereto con circuiti ad hoc per ragazzini in bici e la polizia locale che spiegherà le regole di ingaggio; la seconda sarà in piazza Duomo a Trento il 13 luglio e la terza il 13 settembre a Torbole. Lo slogan, che sta girando in tutta Italia, è «Siamo sulla stessa strada: rendiamola sicura». Per Malossini dell’Aci, «si deve insegnare il rispetto a tutti, anche ai ciclisti: quando il semaforo è rosso ci ferma». Per Gibo Simoni, invece, «l’Italia è il quarto mondo perché manca la giustizia: se in strada finisce a terra un ciclista, il torto ce l’ha sempre lui. Non è giusto».

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