Presa a calci e picchiata Morta pitbull di 13 mesi

di Barbara Goio

Sembrava un evento tragico ma senza alcuna responsabilità, la morte di una femmina di pitbull ancora mercoledì 22 agosto nel centro di Rovereto, ma grazie alla scrupolosità dei veterinari e alla determinazione del responsabile del Parco Canile Arcadia di Marco Pierluigi Raffo, quella morte sta per essere attribuita ad una causa ben precisa, e che solleva comprensibile sconcerto: quell’animale è morto per l’assurda crudeltà degli esseri umani. Se infatti le analisi finali lo confermeranno (i dati definitivi sono attesi nei prossimi giorni) si potrà affermare che l’animale è morto a causa delle tante volte che è stato preso a calci e picchiato. 
 
Protagonista di questa tristissima vicenda è una giovane femmina di Pitbull di 13 mesi che a una ventina di metri dal sottopassaggio della stazione, apparentemente senza alcun motivo, mercoledì dell’altra settimana ha preso a barcollare e dopo pochi passi è stramazzata a terra senza vita. Comprensibile lo smarrimento dei passanti che hanno dato l’allarme, e nel giro di una manciata di minuti sul posto sono intervenuti gli agenti della polizia ferroviaria. Constatato il decesso della povera bestia, è partito l’iter per la disposizione della carcassa dell’animale, come previsto dal regolamento di igiene pubblica. È stato quindi chiamato Pierluigi Raffo, responsabile del parco canile Arcadia di Rovereto, per le procedure di rito.
Ed è a questo punto che scatta qualcosa. 
 
Mentre il giovane proprietario del cane continuava disperato a sostenere che il suo cane era stato avvelenato, da una prima sommaria analisi emergeva che la cagna era invece stata vittima di maltrattamenti. Questo primo sospetto è stato quindi avvalorato dall’autopsia che ha evidenziato gravi lesioni come la rottura di milza e fegato, oltre a numerose ecchimosi, tutte sul lato destro, contusioni compatibili con pedate forti e ripetute. L’autopsia è stata effettuata a Trento ed è stata debitamente certificata.
 
Per ricostruire la dinamica della morte della giovane Pitbull servono però ancora delle analisi, in primis per escludere che l’animale sia stato comunque avvelenato: ecco il perché alcuni i tessuti della giovane cagna sono stati mandati in laboratorio per accertare o meno la presenza di sostanze tossiche e così avvalorare, o al contrario smentire, le dichiarazioni del proprietario. 
 
La morte di un cane, anche se del proprio animale, se è stata «cagionata per crudeltà o senza necessità» è un reato molto serio che viene punito - come recita l’articolo 544-bis del codice penale - con la reclusione da 4 mesi a 2 anni. La giurisprudenza è cambiata nel corso degli anni, di fatto superando quello che un tempo era definito «delitto contro il patrimonio»: fino a non molti anni fa infatti si considerava il cane solo come una proprietà del padrone, e chiunque gli faceva del male o ne causava la morte veniva punito perché danneggiava una proprietà. Nel 2010 invece alcune sentenze della Cassazione hanno sancito un totale cambio di vista: uccidere un cane, ovvero un essere senziente che prova dolore, paura e sentimenti, è un reato contro l’animale stesso.
 
I Pitbull continuano a crescere fino circa ad un anno: l’animale ucciso a Rovereto era di appena tredici mesi, quindi nel pieno della sua esuberanza giovanile, un periodo delicato in cui la sintonia tra padrone è animale deve essere totale, proprio per portare avanti un processo di educazione fondamentale per permettere a questi animali di vivere serenamente e in sicurezza nella comunità.

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