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Il dolore immenso di Marcinelle

nei ricordi di Giuseppina

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Il disastro di Marcinelle, l’incendio dentro la miniera di carbone Bois du Cazier in Belgio che provocò la morte di 262 persone, avvenne la mattina dell’8 agosto 1956. Sessantadue anni fa. Si salvarono in pochissimi, soltanto tredici minatori. La maggior parte delle vittime (136) erano emigrati italiani. Giuseppina Bernardi, settantaseienne che da diversi anni ormai abita a Rovereto, viveva poco distante. Aveva quattro anni quando si è trasferita con la sua famiglia a Montignies S/s (Charleroi). Lì il padre Vittorio aveva trovato lavoro nelle miniere di carbone prima, ed in superficie poi, come responsabile degli scambi dei binari dei vagoni minerari. La mamma, invece, lavava i panni a mano per i minatori dopo aver perfino spinto i carrelli della miniera.  
 
«Io ho vissuto bene in Belgio - esordisce Giuseppina Bernardi - Non eravamo nelle baracche, siamo andati a stare nella casa che mio nonno era riuscito ad ottenere racimolando soldi con il lavoro di mio papà. E forse anche per questo eravamo più benvoluti. Comunque, a parte  la presa in giro di qualche ragazzo, non mi sono mai sentita una straniera. Anzi». Era in Belgio che i genitori, figli entrambi di emigrati, si erano conosciuti e sposati. È attraverso un missionario conosciuto lì che Giuseppina ha poi conosciuto suo marito in Italia. La famiglia Bernardi era originaria del Veronese. Ma in Belgio, crescendo insieme alle sue sorelle ed agli amici, Giuseppina non sentiva la mancanza del resto della famiglia, di cui ricordava davvero poco essendo partita quand’era ancora così piccola. «Facevo volontariato e poi lavoravo per l’Azione cattolica, ero responsabile della sezione femminile con più di duecento ragazze e la domenica ci incontravamo in parrocchia come comunità miste. Insegnavo anche il francese alle mie coetanee nelle famiglie degli operai italiani». Giuseppina insomma si era inserita molto bene nel tessuto locale ed è anche per questo che l’8 agosto 1956, quando accadde la tragedia di Marcinelle, pur non dovendo temere per la sorte dei suoi familiari che non erano in quella miniera, si sentiva tanto vicina a quel dolore.  
 
«Le miniere erano tante in quella zona, e quella di Marcinelle distava cinque o sei chilometri da dove eravamo noi. Abbiamo saputo del dramma che si stava consumando dai missionari che frequentavano le nostre comunità e attraverso la radio e i giornali. Non sapevamo molto e naturalmente temevano potesse succedere anche alle altre miniere, le nostre. Ma il ricordo più vivo che ho è quello delle persone aggrappate ai cancelli della miniera di Marcinelle per avere notizie dei loro cari». Un’agonia lunga due settimane, perché soltanto il 23 agosto venne data la notizia che erano morti quasi tutti i minatori. «Ricordo le sirene delle ambulanze e dei pompieri, ricordo il papà della mia amica che era pompiere e stava via anche tre giorni interi per i soccorsi. Ricordo che noi bambini e ragazzi assorbivamo tutte le emozioni degli adulti, in quei terribili giorni».  
 
Dopo la tragedia il governo del Belgio regalò alle famiglie italiane una Bibbia ed un paio di scarpe. «È in quel momento che mi sono sentita straniera dentro quella comunità» racconta Giuseppina Bernardi. Un sentimento che poi ha rivissuto in modo ancor più forte però in Trentino, dov’è arrivata dopo aver sposato Aldo Potrich. «Io non sarei mai tornata in Italia, ma il destino ha voluto diversamente. Mio marito l’ho incontrato quando con mio padre siamo tornati nel Veronese perché lui voleva ristrutturare la vecchia casa. Abbiamo fatto il viaggio in treno con tante valigie. Forse troppe. Chi si è offerto ad aiutarci nel viaggio fu il missionario italiano della nostra parrocchia, padre Pancrazio Potrich. Quest’ultimo, ogni estate ritornava in Trentino per le vacanze presso i parenti. Il padre francescano portò a casa nostra il bagaglio insieme con suo nipote. Da quel momento cominciò con questo giovane ragazzo una frequentazione a distanza che divenne poi matrimonio. Tre anni dopo ci siamo sposati, e una volta trasferita a Rovereto mi sono sentita davvero una straniera. Parlavo il francese e l’Italiano, ma non sapevo il dialetto. A scuola mia figlia era chiamata “la figlia della straniera”. Ho sofferto molto per questo e non potendo lavorare, ho deciso così di dedicare la mia vita agli altri insegnando il francese gratuitamente a ragazzi ed adulti che dovevano prepararsi per esami o altro».  
 
Il francese parlato anche in famiglia, l’elegante pronuncia che continua a caratterizzare la sua parlata anche in italiano e quel senso di apertura verso gli altri sono il bagaglio che Giuseppina si è portata dal Belgio. Un bagaglio culturale che ha trasmesso anche si suoi figli e nipoti. «Sono tornata nei luoghi in cui sono cresciuta qualche anno fa con mia figlia. Ho rivisto alcuni posti col cuore in gola» spiega. E poi mostra una lanterna da minatore: «L’hanno portata i parrocchiani di padre Pancrazio, zio di mio marito, per metterla sulla sua tomba quand’è morto nel 1980. Faceva parte dell’ordine francescano». Dentro quell’oggetto c’è ancora la polvere che si respirava nelle miniere. Scura, come il dolore per tutti quei lutti. Ma è anche una luce, simbolo di speranza e di un futuro da costruire facendo tesoro della memoria.

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