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Cancro non visto: deceduta

Al processo assolti i medici

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Ci sono voluti ben otto periti, che si sono confrontati in contraddittorio in tribunale, per spiegare che l’operato di quattro medici - tra ospedale Santa Maria del Carmine e clinica Solatrix - è stato corretto e dunque non hanno colpe per la morte di un’anziana paziente.

Il giudice Carlo Ancona, ha infatti assolto dall’accusa di concorso in omicidio colposo  Giorgio Rinaldi (lungodegenza), Francesca Giordano (medicina), Rolando Fondriest (pronto soccorso) e Marco Camin (geriatria) che, per la procura, non si erano accorti del tumore della signora. Alla fine, però, i sanitari sono stati riabilitati in aula nonostante il pm Valerio Davico e l’avvocato di parte civile Nicola Canestrini abbiano sottolineato a più riprese le atroci sofferenze che hanno portato la donna alla dipartita in soli tre mesi dal primo ricovero.

Il caso non è affatto semplice, tanto più che è il primo in Italia ad essere interessato dalla nuova «legge Gelli» sulla responsabilità professionale dei sanitari. Una norma, entrata in vigore nell’aprile del 2017, che rimodella la precedente legge Balduzzi. La Gelli è arrivata in un contesto in cui le risorse sono particolarmente scarse e sottolinea come la responsabilità professionale dei medici debba necessariamente coincidere anche con una gestione sostenibile ed oculata a livello economico. Insomma, i tagli alla sanità hanno conseguenze anche sui rischi legali di chi svolge un mestiere fondamentale e difficile come quello ospedaliero. Ed è proprio su questo aspetto che la pubblica accusa ha puntato il dito, parlando dell’eccellenza sanitaria trentina, riconosciuta a livello europeo, andata a scontrarsi con le logiche di bilancio aziendale e della necessità di liberare posti letto. Il pm, in altre parole, ha accusato i medici di aver evitato approfondimenti clinici - che avrebbero regalato tre anni di vita ulteriore alla paziente oltre a farla soffrire meno - in nome della «spending review». Alla fine, invece, il giudice non ha ravvisato alcuna colpa nell’operato dei professionisti e li ha assolti con formula piena.

Nel processo che si è chiuso ieri a palazzo di Giustizia siè cercato proprio di capire se, per la morte di un’ottantenne affetta da varie patologie ma uccisa da un mieloma non riscontrato durante le tante visite a cui è stata sottoposta tra ospedale e Solatrix, ci fossero responsabilità concrete da parte del personale sanitario.
Per gli imputati, difesi dagli avvocati Michele Busetti e Roberto Bertuol, è la fine di un incubo. Perché per mesi sono stati sotto i riflettori additati come cinici ragionieri piuttosto che come medici. Ma, come detto, non è così e la sentenza di ieri li riabilita riconoscendo che la lettura dei sintomi è stata corretta (tutti hanno diagnosticato un’osteoporosi anche se in realtà si trattava di mieloma) e il tumore non riconoscibile.

L’indagine è stata avviata nel dicembre 2014. Gli indagati, inizialmente, erano sei: due dottori del Santa Maria, tre della Solatrix e il medico di base. Per due è arrivata l’archiviazione mentre gli altri sono finiti a processo. Con la procura che contestava loro di non aver diagnosticato subito il cancro, per altro difficilissimo da individuare. Che non sarebbe comunque stato debellato ma, se trattato, avrebbe allungato l’esistenza alla paziente. Di quanto tempo, però, nessuno lo può dire ma tanto è basato per aprire un fascicolo e arrivare a giudizio con una battaglia aspra condita da attacchi alla gestione moderna della sanità pubblica «incastrata» dalla logica del risparmio.

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